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Attività
"Stili di vita...
Vivere con stile"
Viaggio cinematografico nei comportamenti umani
Iniziativa a cura del Laboratorio Missionario Parrocchiale
"Oltre l'Orizzonte"
Il tema del Laboratorio
Missionario di quest'anno è lo stile missionario, ovvero le
modalità dell'annuncio del Vangelo. Nel corso degli incontri
che il Laboratorio sta svolgendo stiamo cercando di capire,
attraverso una approfondita lettura delle pagine evangeliche
sulle Beatitudini, cosa significhi la parola missione, e
quali siano gli aspetti caratterizzanti di chi fa missione.
Adolf Nicolas, Superiore Generale dei Gesuiti, in un suo
recente articolo per il quarto centenario della morte di
Matteo Ricci, il gesuita che svolse la sua attività
missionaria in Cina tra la fine del Cinquecento e gli inizi
del Seicento, suggerisce alcune interessanti chiavi di
lettura: missione significa sostanzialmente servire, sanare
e riconciliare un'umanità divisa e ferita. La missione
riguarda tutto il mondo, che Dio ama e per il quale la
comunità cristiana è chiamata a essere sale e luce
L'universalità del messaggio cristiano comporta poi che
questo non sia prerogativa di nessuna cultura, tanto meno di
quella occidentale. D'altra parte già il Concilio Vaticano
II, nella "Gaudium et Spes", ci ricorda che la Chiesa è "inviata
a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo,
non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessuna
razza o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a
nessuna consuetudine antica o recente".
Appare quindi evidente l'importanza dello stile missionario.
Secondo Nicolas due sono gli aspetti che qualificano lo
stile missionario: l'inculturazione - cioè, secondo
la definizione di Giovanni Paolo II nell'enciclica "Slavorum
Apostoli", l'incarnazione del Vangelo nelle culture
autoctone e quindi l'adozione e la trasformazione in senso
cristiano di riti e credenze di culture non cristiane - e
l'amicizia.
L'inculturazione offre a tutti i valori culturali la stessa
possibilità di mettersi al servizio del Vangelo e consente,
in altre parole, di declinare la missione della Chiesa nella
realtà attuale della multiculturalità, in un contesto
generale in cui è necessario comprendere che non è
attraverso un proselitismo espansionista di matrice
coloniale ma prendendo le vie della cultura e del dialogo,
che il messaggio evangelico può essere proposto. La
consapevolezza di avere interlocutori riconosciuti nella
loro specifica dignità rimuove l'arroganza etnocentrica, che
considera l'altro un sottosviluppato, da far evolvere e da
"civilizzare".
Da questa radice teologica fiorisce un nuovo modo di
guardare l'altro con vera amicizia. L'amicizia è dunque lo
stile, la maniera di guardare e abitare il mondo, che
modella, cambia, rinnova il mondo stesso. Divenendo
anzitutto amico, il missionario stesso cambia, cresce,
diventa in maniera più consapevole servitore di quel Cristo,
l'Amico che si è incarnato nella vita di ogni uomo.
Se dunque inculturazione e amicizia sono le caratteristiche
preminenti dello stile missionario, come costruire una
rassegna cinematografica che, essendo organizzata dal
laboratorio missionario, non può essere completamente
disgiunta dal tema che il laboratorio si è prefissato?
Certo non ci è apparso opportuno limitarsi a proporre una
serie di storie sui missionari, sia per un'oggettiva
difficoltà nel reperire un certo numero di film validi, sia
per una questione di possibile noia da parte del pubblico.
Si è così preferito scegliere opere che, pur non parlando
esplicitamente di stile missionario, proponessero un
ventaglio di stili di vita in qualche modo esemplari, in cui
i personaggi principali agiscono attraverso la disponibilità
e la capacità di andare incontro al prossimo, di accettare,
il prossimo, di aiutarlo, di essergli amico.
E abbiamo così il povero di spirito di "Oltre il giardino",
il manager sportivo con una coscienza di "Jerry Maguire", la
suora che assiste un condannato a morte in "Dead Man Walking",
l'apolide costretto a vivere in una terra di nessuno in "The
Terminal", il dj oppresso dal senso di colpa e in cerca di
riscatto in "La leggenda del Re Pescatore", e infine
l'allenatore carismatico e con principi morali di "Ogni
maledetta domenica".
Nessuno di questi personaggi è di per sé un santo, ma
ciascuno di essi ci propone la possibilità di una vita
"altra", alternativa rispetto a quella che è spesso, troppo
spesso prevalente nella società contemporanea. E poiché
appunto non si tratta di santini, ogni personaggio può avere
dei difetti, può essere più o meno credibile, come più o
meno credibili possono essere le storie che i sei film
raccontano; questo però non deve essere considerato un
limite, se si è ben consapevoli di essere nel campo della
finzione e non del documentarismo.
In una breve sintesi, nel corso della rassegna si fa
conoscenza di Chance Giardiniere, il povero di spirito di "Oltre
il giardino", un analfabeta emarginato della società che
vive serenamente e che trasmette serenità, e che conosce
come unica fonte di informazione – e qui ci riallacciamo al
tema del cineforum dello scorso anno – la televisione,
l'immagine: eppure, paradossalmente, la high-class americana
scambia la sua ingenuità per intelligenza, i suoi silenzi
per saggezza, osannandolo alla fine come genio della finanza
e della politica. Ma la scena finale del film che ci mostra
Chance camminare sulle acque, vuole ricordarci – nelle
esplicite intenzioni dell'autore del romanzo da cui il film
è tratto, lo scrittore polacco Jerzy Kosinsky - come Dio a
volte spiazzi le nostre aspettative e stravolga le nostre
categorie mentali scegliendo collaboratori e contesti
"improbabili".
In "Jerry Maguire" incontriamo invece un procuratore
sportivo che ad un certo punto della sua carriera
riconsidera la sua vita, il modo in cui ha svolto la propria
attività professionale e decide, senza successo, di
coniugare il proprio lavoro con dei principi etici. Anche se
il film può apparire un po' troppo facilmente moralista e
consolatorio, è comunque un'utile occasione per riflettere
su quanto un mondo del lavoro ipercompetitivo porti le
persone ad ignorare cose come la correttezza, la
trasparenza, l'onestà intellettuale e, quindi, il prossimo.
"Dead man walking" si basa sulla vera storia di suor
Helen Prejan, una religiosa che svolgeva attività di
sostegno sociale nei quartieri più degradati di New Orleans.
La suora accetta di interessarsi, con pietà ed ostinazione
evangelica, al caso di un condannato a morte per stupro e
omicidio che protesta la propria innocenza; pur non
riuscendo ad evitare l'esecuzione riuscirà a tirar fuori dal
condannato un briciolo di umanità e di pentimento. Con uno
stile scarno il film obbliga a confrontarsi con la morte e
con le componenti di classe della giustizia.
In "The Terminal" Viktor, il protagonista, è
incolpevole vittima di un cambiamento di regime nel proprio
paese di origine, circostanza che lo priva del proprio
status giuridico riducendolo ad apolide. Costretto a vivere
nella terra di nessuno dell'area transiti internazionali
dell'aeroporto di New York, Viktor, nonostante le angherie
del direttore della "sicurezza", impara a sopravvivere,
trovando amici, un lavoro nero e le simpatie di diverse
persone; il film è l'amaro apologo di un novello Candido
alla scoperta delle contraddizioni di una società troppo
spesso idealizzata, dove convivono spazi per l'iniziativa
privata e zone franche, burocrazia venata di razzismo e
solidarietà interetnica, carrierismo e arte di arrangiarsi.
"La leggenda del Re Pescatore" narra invece
l'incontro tra un ex professore di storia medievale,
impazzito dopo la morte violenta della moglie e ridotto a
vivere come un barbone, e un disc-jockey oppresso da un
pesante senso di colpa e che si sente indirettamente
responsabile del suo lutto. In una trasfigurazione "fantasy"
della giungla metropolitana i due cercheranno il Santo Graal
nella New York contemporanea. Alcune suggestioni del film
sono tratte dalla Terra desolata di Thomas S. Eliot, dove
con il Re Pescatore, pescatore di anime, l'autore raffigura
il Cristo. Il film è un viaggio surreale all'interno di un
mondo drammaticamente attuale, composto da scarti di
fabbrica e senzatetto che, seduti agli angoli delle strade,
svolgono la funzione – nelle parole del regista – di
"semafori morali" per i passanti frettolosi.
Da "Ogni maledetta domenica" è tratta la citazione
presente nella locandina del cineforum: "Ogni domenica
puoi vincere o perdere. La questione è: sei capace di fare
entrambe le cose da uomo?". Sono parole pronunciate dal
carismatico allenatore di una squadra di football americano,
un personaggio con radicati valori etici in lotta con una
proprietaria che pensa solo ai soldi in un contesto
ipercompetitivo come quello dello sport professionistico
americano, dove lo stadio è una parafrasi del campo di
battaglia. Eppure, anche in questo contesto, si può essere
persone di solidi principi morali.
Fabio R.
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