Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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Laboratorio Parrocchiale "Oltre l'orizzonte"

Laboratorio Missionario Diocesano

Attività

"Informati o deformati?"
Rassegna di film su Cinema e Mass Media

Iniziativa a cura del Laboratorio Missionario Parrocchiale "Oltre l'Orizzonte"
 

Quest'anno, all'inizio della nostra attività, come Laboratorio Missionario ci siamo posti il problema dell'obiettività dell'informazione, dei mezzi di comunicazione di massa. Un tema, ovviamente, non originale, non nuovo, e che prima di noi e meglio di noi hanno affrontato – senza una vera risoluzione – numerosissimi intellettuali nel corso di almeno 25 secoli.

Scindiamo, per semplificare, il problema in due: l'obiettività e i mezzi di comunicazione di massa.
L'obiettività: esiste, innanzitutto? O non è piuttosto vero dire che ogni versione di un fatto, sia giornalistica sia storica, è il risultato, la necessaria conseguenza, di un modo di essere, di sentire, di interpretare, di selezionare le fonti da parte dell'autore, vale a dire del suo metodo, storico o giornalistico che sia? E l'autore stesso, non è forse condizionato dal contesto storico e sociale in cui opera, dal suo abito mentale, dalla sua impostazione ideologica o culturale?
Prendiamo ad esempio la polemica storiografica tra il metodo di Erodoto e quello di Tucidide (rispettivamente VI e V secolo avanti Cristo): la diversa impostazione dei due storici attesta appunto che il problema dell'obiettività della ricerca storica nasce con la nascita stessa della storiografia.
Erodoto, nelle sue "Guerre Persiane", riferisce tutte le versioni correnti o accreditate, nonché quelle frutto della sua esperienza diretta, e la sua opera di registrazione di tradizioni e di notizie ha messo in salvo una quantità sterminata di materiale preziosissimo, fornendo all'indagine moderna un intero laboratorio di dati.
Tucidide invece, nella sua "Guerra del Peloponneso", utilizza un procedimento del tutto opposto: alle spalle del suo racconto, nel suo "dietro le quinte", c'è sì un accurato raffronto tra contrastanti testimonianze; ciò che però egli ci dà, quello che ci propone è ogni volta il risultato del suo giudizio, un'unica, e per lui definitivamente accertata, versione dei fatti; chi legge non ha, come in Erodoto, la possibilità di scegliere tra più ipotesi, perché Tucidide presenta solo la versione dei fatti che lui ritiene maggiormente attendibile, vera.
Questo tipo di metodo storico, e non solo storico, anche giornalistico, è spesso definito metodo scientifico, proprio per questo lavoro di selezione e pesatura delle fonti; ma a volte più che scientifico questo diventa un metodo "a tesi", quel metodo cioè che scarta a priori qualunque elemento, qualunque informazione che non è funzionale alla tesi che si vuole sostenere, il che, come si può ben immaginare, può provocare pericolose distorsioni.
In conclusione, chi è più obiettivo tra Erodoto, che propone tutte le notizie a disposizione, a prescindere dalla loro attendibilità, e Tucidide, che propone la sua unica versione della realtà dei fatti? Quale tra i due metodi è più obiettivo? Impossibile dirlo.

Torniamo ai giorni nostri, riprendendo un argomento di cui si è anche parlato in uno dei primi incontri del Laboratorio Missionario: l'inchiesta che il giornalista del quotidiano La Repubblica, Curzio Maltese, ha svolto l'anno scorso sulla Chiesa Italiana e sui soldi che la Chiesa, a vario titolo e in vari modi, riesce a smuovere; l'inchiesta è stata poi raccolta in un libro, "La Questua", che ha avuto un certo successo editoriale, dovuto certamente sia ai contenuti sconcertanti e se si vuole clamorosi dell'inchiesta stessa, sia al tono molto assertivo, molto sicuro di sé dell'autore. E' però opportuno ricordare, cosa che molti ignorano anche per la diversa diffusione dei due giornali, che dopo ogni puntata dell'inchiesta, sul quotidiano della CEI, Avvenire, veniva pubblicata una contro-inchiesta in cui si evidenziavano le numerose incongruenze, inesattezze e clamorose leggerezze, dovute forse a superficialità o, a voler pensare peggio, a pregiudizio. Il quotidiano La Repubblica non ha mai ritenuto opportuno fare ammenda degli errori denunciati, né l'autore ha mai pensato di dare una qualche spiegazione ai suoi lettori. Di più, quando il Cardinale Bagnasco, presidente della CEI, ha osato prendere carta e penna per scrivere alla Repubblica sollecitando una maggior attenzione alla verifica delle informazioni, contro di lui si è scatenato – ovviamente in nome della sacralità della libertà di stampa – il direttore Ezio Mauro che ha accusato il Cardinale Bagnasco di invasione di campo, di attentato alla libera informazione.
Questo episodio se si vuole fa il paio con il successo del libro scritto dal matematico ateo (sua compiaciuta definizione) Pierluigi Odifreddi, "Perché non possiamo dirci cristiani (e tanto meno cattolici)", un volume che dal titolo potrebbe far immaginare valide ed interessanti considerazioni teologiche sul cattolicesimo rispetto alle altre forme di cristianesimo riformato o sul cristianesimo in generale rispetto ad altre fedi religiose; il libro invece in buona sostanza si limita a fare le pulci in maniera più sarcastica che ironica ai testi biblici e alla loro asserita storicità: e così ci viene proprio da pensare come l'autore ignori completamente che già nel 1943 Papa Pio XII, attraverso la promulgazione dell'Enciclica "Divino Afflante Spiritu" ammise il metodo storico-critico nella lettura e nello studio della Bibbia, o come l'autore non abbia mai avuto l'accortezza, prima di scrivere il suo libro, di prendere in mano una copia della Bibbia della CEI o della Bibbia di Gerusalemme. Eppure, il libro ha avuto un successo acritico, o quasi, e compiaciuto da parte di una bella fetta dell'informazione italiana, che ha incensato l'autore come nuovo "maitre à penser" del laicismo nazionale.

Tutto quanto detto ci porta al secondo punto della questione, i mezzi di informazione di massa, o media, dal latino medium, tramite.
Partiamo da una constatazione di fatto: oramai la forza dei mezzi di informazione è tale da essere in grado di imporre alle masse, a volte non solo a quelle meno preparate, qualsiasi tipo di "verità", come qualunque regime dittatoriale ha ampiamente dimostrato nel corso del XX Secolo. Ma questi, se vogliamo, sono usi criminali dei mezzi di informazione. Se ragioniamo però in maniera più neutra, se vogliamo andare oltre l'utilizzo a fini tirannici dei mezzi di informazione ("il cinema è l'arma più forte", disse Mussolini all'inaugurazione di Cinecittà) non possiamo non fare riferimento a quanto ha detto il più importante studioso dei mezzi di comunicazione di massa, Marshall McLuhan.
Secondo McLuhan i mezzi di comunicazione di massa determinano le condizioni dell'informazione e della percezione del mondo da parte del soggetto, in un modo che sfugge ad ogni controllo umano ed è subordinato esclusivamente alle caratteristiche tecnologiche di ogni medium particolare: il suo paradosso "Il mezzo è il messaggio" ci dice che non importa chi sia a dire qualcosa, è importante invece che la cosa sia detta in televisione, tramite il mezzo televisivo.
McLuhan distingue due epoche storiche: la modernità, che va dalla nascita della stampa sino alla metà dell'Ottocento, e la contemporaneità, inaugurata dall'uso dell'energia elettrica. Caratteristica della modernità è la frammentazione dell'esperienza, dovuta ai caratteri specifici della trasmissione di dati mediante la stampa, per cui l'atto conoscitivo si trasforma in un fatto individuale, la lettura. Viceversa la contemporaneità costituisce un ritorno a condizioni pre-moderne: la restaurazione della presenza del soggetto parlante (la radio, la televisione, il cinema, al posto che una volta occupava il saggio, il sacerdote o qualunque altra figura di carattere sapienzale) e di un soggetto "ricevente" (il pubblico), il che restituisce una modalità di esperienza più continua, immediata e soprattutto universale, per cui il mondo viene ad essere una sorta di "villaggio globale", dove l'informazione è, democraticamente?, uguale per tutti.
In questo panorama vi è poi un terzo attore, il pubblico, questo curioso soggetto che troppo spesso rischia di somigliare ad Homer Simpson, il protagonista della famosa serie televisiva a cartoni animati, un personaggio che se da una parte risulta simpatico, al contempo ci appare sgradevole e pericoloso, una passiva spugna che in maniera del tutto acritica assorbe dai mezzi di comunicazione qualunque genere di informazione/disinformazione gli venga propinata.
Ecco, il rischio è quello di diventare tutti un po' come questo personaggio, di rischiare tutti di non avere più la capacità di distinguere il vero dal falso, di non saper minimamente riconoscere l'attendibilità delle informazioni che ci tempestano in continuazione, senza spesso avere il modo di vagliarne appunto la veridicità. E attenzione, in questo Internet è uno strumento che rischia, per chi non sia in grado di utilizzarlo con il necessario spirito critico, di amplificare ancora di più il problema, tale è la massa di notizie che vi sono disponibili; il che rende sempre più vero quanto affermava il solito McLuhan: "l'eccesso di informazione è disinformazione".

I film scelti per questa breve rassegna cinematografica su cinema e mass media, intitolata appunto "Informati o deformati?", sono stati per quanto possibile funzionali al titolo della rassegna stessa: da "The Truman Show", di Peter Weir, che ci ha mostrato la televisione vincente di questi ultimi anni, una televisione, quella dei reality show, che ha creato un pubblico complice di guardoni compiacenti e compiaciuti, dove tutto quello che il mezzo ci mostra è deliberatamente falso, dove ogni volgarità è ammessa; a "Diritto di cronaca", di Sidney Pollack, un buon esempio di cinema civile che si focalizza proprio su quel giornalismo a tesi, con annessi i suoi meccanismi perversi, cui si accennava in precedenza; a "Quiz Show", di Robert Redford, nel quale viene raccontato un fatto realmente accaduto nell'America dei tardi anni ‘50, di giochi a quiz artatamente manovrati dalla produzione in funzione degli interessi dello sponsor, con il pubblico che, a differenza di quanto avviene nel film di Weir, viene di fatto ingannato; a "Quinto Potere", di Sidney Lumet, che evidenzia l'ipocrisia, il sensazionalismo e la cupidigia che governano le reti televisive, dove tutto, anche l'informazione, è intrattenimento, dove anche la morte è utilizzabile per migliorare gli indici di ascolto.

Due parole, per concludere, sulla dedica della rassegna ad Anna Politkvskaja: una giornalista che per essere stata testimone di una libera informazione ha pagato con la vita. Attenzione: non consoliamoci pensando che queste siano cose che possano accadere in realtà, come quella russa, lontane dalla nostra: è recentemente uscito nelle sale cinematografiche un film, "Fortapasc", che racconta la vita – e purtroppo la morte – di Giancarlo Siani, un giovane e precario giornalista del Mattino di Napoli ucciso una ventina di anni fa per il coraggio delle sue inchieste. Come sempre siamo tutti coinvolti e non possiamo permetterci di girare la testa dall'altra parte.

Fabio R.

 


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