Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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Laboratorio Parrocchiale "Oltre l'orizzonte"

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AL CINEMA PER CONOSCERE
I Paesi dimenticati dall’informazione visti attraverso i film
(Marzo 2006)


Cosa rende diversa la visione di un film in un cinema piuttosto che in un cineforum?
La voglia, nel secondo caso, di approfondire, conoscere, interrogarsi su tematiche precise, magari spesso sconosciute, o quasi.
Il desiderio di confrontarsi con l’Altro, per l’Altro.
L’obiettivo del Cineforum “Oltre l’orizzonte – Al cinema per conoscere”, tenutosi nel mese di marzo, è stato quello di aprire una finestra d’informazione sulle realtà di tre Paesi, realtà sociali ed umane rappresentate ognuna da un film.
Paesi le cui storie, drammi, sono stati dimenticati, o male approfonditi, dai vari media.
Il cineforum, gratuito e aperto a tutti, è stato voluto ed organizzato dal Laboratorio missionario della nostra parrocchia, gruppo che si chiama, appunto, “Oltre l’Orizzonte”.
La prima sera, martedì 7 Marzo, il nostro parroco Don Enrico ha presentato l’attività e le motivazioni che hanno portato alla scelta di questo ciclo di film, nonché le attività del laboratorio stesso. La parola è passata poi ad uno degli organizzatori, per presentare il film in programmazione quella sera: Hotel Rwanda, film tratto da una storia vera.
Chi parlava ha prestato servizio come medico per qualche mese in un ospedale del nord Uganda che si appoggia ad una Missione Comboniana.
In breve la trama: la storia vera di Paul Rusesabagina, direttore di un hotel a quattro stelle a Kigali, capitale del Rwanda, che aiutò più di mille rifugiati Tutsi a nascondersi dalle milizie Hutu che negli anni '90 scatenarono il terrore nello stato africano. Allo scoppio del conflitto, Paul non si limitò a mettere in salvo i suoi familiari, ma, facendo leva sui suoi privilegi lavorativi, aprì le porte dell'hotel a quanti rischiavano di essere uccisi nel terribile eccidio, salvando loro la vita. In cento giorni, nel 1994, in Rwanda morirono massacrate quasi un milioni di persone… un vero e proprio genocidio, consumatosi nella completa indifferenza della comunità internazionale.
Il film racconta in soggettiva la storia ed il percorso di consapevolezza dell’orrore che il suo protagonista affronta, decidendo, in un atto di estremo coraggio, di non rinunciare alla propria umanità: questo atteggiamento in Rwanda, in quei giorni di assurda e disumana carneficina, significava poter essere uccisi da un momento all’altro.
Al termine della proiezione la platea era visibilmente scossa e commossa, tanto da far partire un lungo applauso, forte… spontaneo. Il dibattito che ne è scaturito è stato molto dinamico, acceso: si sono intervallate domande di chiarificazione, quesiti su approfondimenti storici, riflessioni di persone colpite dalle immagini-shock del film, dal senso di impotenza provocato dalle “colpe del mondo occidentale”… ci sono stati commenti molto interessanti, riguardanti ad esempio il ruolo che i media hanno avuto nella propaganda razzista (definiti il “braccio destro del genocidio”), la piaga della corruzione, la mancata informazione che rende il tutto più grave.
Martedì 14 Marzo è stato proiettato il film Central do Brasil, pellicola che è stata introdotta dalla presentazione di una ragazza, recatasi proprio quest’estate in Brasile, nell’ambito di un’esperienza missionaria, assieme ad altri giovani della parrocchia.
Questa volta non più una storia vera, un dramma di massa, ma un film che ha lo spessore di un racconto sociologico e la dolcezza di una favola: Dora è un’ex insegnante che, per vivere, scrive e invia lettere per persone analfabete. Quando una donna per cui aveva svolto questo compito, madre del piccolo Josué, resta uccisa in un incidente stradale, Dora accompagna il bambino in cerca del padre che non ha mai conosciuto. Ed è proprio ai margini di questa storia, questo viaggio “iniziatico” e/o di conoscenza, che si coglie la realtà di questo Paese dai mille contrasti… la si coglie nei panorami, nella descrizione del quotidiano, nei dettagli, nei particolari, nei flash da scoprire di scena in scena.
Più che il territorio brasiliano, sembra che i due ne attraversino l’anima.
La serata è continuata con il consueto dibattito, questa volta gestito da un’altra ragazza, facente parte proprio di quel gruppo partito alcuni mesi fa per quel Paese lontano.
Il pubblico in sala, anche stavolta, ha risposto positivamente alla visione, e durante lo scambio di opinioni sono stati toccati i temi della povertà, dell’importanza dell’accoglienza e della famiglia, la difficile questione dei bambini di strada e del turismo sessuale infantile.
L’ultima sera, martedì 21 Marzo, il film in programma è stato Ararat, il Monte dell’Arca. Ad introdurlo anche stavolta una ragazza del laboratorio, tornata solo pochi mesi prima da un viaggio in Turchia, durante il quale aveva avuto la possibilità di visitare una Missione e di conoscere questa pagina della storia recente della Turchia.
La pellicola, vero esempio di meta-cinema (cinema nel cinema), narra i destini di diverse generazioni di armeni-canadesi sopravvissuti al genocidio, che si incrociano per ripercorrere la storia dello sterminio del proprio popolo operato dai turchi agli inizi del secolo: il contrastato rapporto di Ani con suo figlio e soprattutto con la sua ragazza, un regista che gira il film della sua vita, un attore di origini turche che interpretando la parte del "cattivo" rivede la storia del proprio paese... queste le storie che si intrecciano e si scontrano durante la proiezione.
Un film (diretto da un regista di origini armene, con attori armeni) sicuramente non facile da seguire, dove il genocidio del popolo armeno - ha ricordato la ragazza che presentava - viene raccontato sotto la lente dell’artificiosità cinematografica forse per pudore, per rispetto dell’immane tragedia della scomparsa di un intero popolo tramite una vera e propria operazione di pulizia razziale premeditata e sistematica. Tragedia, genocidio rimasto per decenni sconosciuto, tutt’oggi non riconosciuto dal governo di Ankara.
Nel dibattito che ne è seguito, una spettatrice ha sottolineato che l’incompiutezza, il mistero che aleggiava attorno ad ogni singolo personaggio, poteva richiamare l’occultamento e l’insensatezza del genocidio stesso. Un'altra persona ha invece evidenziato il senso di colpa che una violenza gratuita può far scaturire nell’animo umano, il chiedersi perché non siamo stati soccorsi nel momento del bisogno da chi sapeva o faceva finta di non sapere.
Alla fine è stato ricordato (com’era già successo la prima sera parlando del ruolo di propaganda della radio in Hotel Rwanda) l’esistenza di un film turco intitolato “La valle dei lupi”, un film di recente uscita, di propaganda antioccidentale, dove è nettissima l’equazione occidentale = cristiano = assassino.
La provocazione riguardava il fatto che continuano ad esserci realtà ad un passo da noi o sotto i nostri occhi che ignoriamo e che invece vanno prese in seria considerazione
Da qui, lo spunto per una riflessione finale: questi film non vanno visti con lo scopo di demonizzare ciò che noi classifichiamo come “il male”, bensì per aprire finalmente gli occhi sulle nostre mancanze, per responsabilizzarci, per non continuare a far finta che certe realtà non esistano o non siano mai esistite. E per domandarci seriamente in che modo incamminarci su possibili sentieri alternativi, di dialogo, di costruzione e non di distruzione.
…per guardare oltre l’orizzonte.
 

Scarica le schede di approfondimento:

Hotel Rwanda

Central do Brasil

Ararat, il Monte dell'Arca


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