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Esperienze missionarie -
Turchia
Novembre
2005
Cinque giorni a Trabzon
Quando si pensa alla parola Missione, alle terre di
Missione, la prima immagine che probabilmente viene agli
occhi è quella di bambini sorridenti, piccoli, bellissimi,
che ti guardano con occhioni enormi, spalancati e pieni di
interrogativi, bambini ai quali manca ciò che noi, da questa
parte del mondo, consideriamo essenziale… probabilmente è
anche facile che nell’immaginazione si compongano fotografie
di luoghi lontani e immersi nel bisogno materiale, in debito
e necessità di aiuto di ogni genere…e si accompagna all’idea
di Missione, quasi istintivamente, il dispiegarsi di braccia
umane che fanno, che si sporcano, di volti che si lasciano
rigare dal sudore, di gente che lavora fianco a fianco e
condivide e vicendevolmente si arricchisce.
Siamo stati cinque giorni a Trabzon, sul Mar Nero, Turchia
nordorientale, ospiti della piccola Missione che don Andrea,
sacerdote della diocesi di Roma, porta avanti in quelle
terre…
Niente di tutto ciò abbiamo visto o trovato.
Non bambini con grandi occhi.
Non terre che hanno fame di pane e sete di giustizia.
La Turchia è un Paese molto simile ai Paesi Europei.
Per molti aspetti ci si sente in occidente.
Il grado di miseria, di povertà, non è dissimile da quello
che si può incontrare in luoghi che per noi siano più
familiari e vicini.
La Turchia non è l’Africa, non è l’America Latina.
Non c’erano bambini orfani a cui regalare un sorriso,
piccole bocche con cui condividere il pane.
Né persone destinate a morire perché impossibilitate ad
avere accesso a un semplice farmaco antibiotico.
E allora? Cosa siamo andati a fare laggiù? Cosa siamo andati
a cercare?
Siamo partiti in quattro: don Enrico e tre ragazzi di circa
trent’anni.
Sapevamo dove stavamo andando.
Ciononostante ciascuno di noi nel suo intimo si andava
domandando cosa significasse la nostra presenza laggiù…cosa
saremmo andati a fare…qual era lo scopo di quell’esperienza.
E ciascuno probabilmente aveva le sue risposte.
Come spesso accade, poi, vivendo insieme quei giorni, alcune
riposte sono diventate comuni, pane spezzato.
Sapevamo che a Trabzon ci aspettavano don Andrea e Loredana,
con i quali avremmo per pochi giorni fatto comunità. Una
piccola comunità cristiana. Sei persone. Sei cristiani in
una terra in cui il Cristianesimo è un seme, piccolo come un
granello di senapa. Un Paese in cui due cristiani seguono
alla lettera l’insegnamento e il comando del Maestro: siate
lievito per gli uomini, siate sale per la terra, annunciate
la buona novella fino agli estremi confini del mondo.
E stanno lì.
Semplicemente per essere lievito.
Semplicemente per portare Gesù e la sua presenza. In quell’angolo
del mondo. Come altri cristiani fanno in tanti altri luoghi
e in tanti altri angoli della terra.
E dietro a quello stesso Maestro, pare, ci eravamo
incamminati anche noi, rispondendo al suo invito dolce ma
fermo, pronunciato come da uno che ha autorità: “Vieni e
vedi”.
Vieni e vedi.
Siamo andati.
Abbiamo visto.
Cosa abbiamo visto?
E’ difficile credere che cinque giorni possano essere tanto
intensi e tanto ricchi di grazia quanto quei cinque giorni
sono stati! Eppure questa è la verità…
Abbiamo visto un Paese da cui il Cristianesimo è nato, uno
dei luoghi in cui la nostra fede affonda le sue origini, la
sua stessa storia: il Paese da cui Paolo di Tarso muove e
diffonde la predicazione e l’Annuncio della Buona Novella
fino agli estremi confini della terra!
Il Paese delle sette Chiese dell’Apocalisse.
Il Paese in cui all’indomani della Resurrezione, le prime
comunità iniziano a capire, a vivere, a scegliere di
credere, aiutati e sostenuti dalla preghiera incessante e
dalle lettere di Paolo.
Il Paese in cui per la prima volta i credenti in Cristo, in
Antiochia, vengono detti Cristiani.
Abbiamo visto un Paese nel quale sembra che tutto questo non
sia mai esistito.
Che sembra non portare traccia della sua stessa storia.
Un Paese in cui il Vangelo non può essere annunciato.
Un Paese in cui le Chiese Cristiane sono chiuse e interdette
al Culto e nel quale, quelle che non sono diventate Moschee
o Musei, sono state utilizzate come depositi, stalle, dopo
essere state mutilate e sfregiate soprattutto nelle
immagini, negli affreschi secolari che ne narravano la
storia, affreschi di gusto orientale e sapienza antica,
ricchi di arte e di cultura oltre che simboli di fede.
Un Paese in cui molte famiglie hanno origini cristiane che
nascondono, o curiosità e volontà di accostarsi alla loro
antica fede, anche solo per conoscerla, per avvicinarla, che
vengono presto combattute e scoraggiate.
Un Paese in cui una piena libertà di religione è ancora da
realizzare.
E il dialogo tra le fedi un progetto ancora lontano dalla
sua piena realizzazione.
Un progetto che tuttavia don Andrea persegue, e nel quale
egli crede strenuamente, con caparbietà, fiducia, fede vera
nell’Unico Maestro.
Un sogno che egli non si stanca di inseguire e che alimenta
giorno per giorno con la preghiera, con l’Ascolto della
Parola, con la Mensa dell’Eucaristia, con il contatto con la
gente, con l’amicizia e il rapporto aperto e disponibile con
gli Imàm del luogo, con il continuo e accurato, scrupoloso
studio dell’Islam e della cultura mediorientale, radicato
nella convinzione che le basi di un dialogo possono essere
gettate solo sul rispetto e sull’accettazione reciproca,
accettazione delle diversità realmente esistenti,
accettazione che non può prescindere dalla conoscenza.
Così come non può prescindere dalla fede salda e genuina,
nel Dio sul quale si è investita la vita.
Parallelamente don Andrea, che è in Turchia da circa cinque
anni e in Trabzon da due anni e mezzo, e che in questi anni
ha completamente rimesso a nuovo e riportato in vita un
convento abbandonato dai frati cappuccini negli anni
Sessanta, tiene aperta la sua Chiesa, l’unica aperta nel
raggio di centinaia di chilometri , tutti i giorni.
Ogni giorno con Loredana recita il Vespro in Turco.
İnsieme accolgono chiunque voglia iniziare un cammino di
catechesi o semplicemente avvicinare per curiosità, per
conoscenza, una religione diversa da quella che professa.
Con sensibiltà estrema e grande attenzione per la cultura
islamica, ha corredato di spiegazioni scritte ogni angolo,
ogni immagine dipinta, ognui statua, presenti in Chiesa, ben
consapevole che la lingua dell’Islam non è una lingua fatta
di immagini ma di parole.
In quei cinque giorni abbiamo dunque visto, abbiamo
ascoltato, abbiamo camminato, abbiamo pregato, abbiamo
condiviso domande, emozioni, sogni, speranze.
Ogni giorno.
Per essere con il cuore e con la preghiera, laddove con il
corpo non potevamo essere.
Ogni giorno.
Nei momenti di preghiera quotidiana.
Durante la condivisione della lectio giornaliera.
Celebrando la Messa nella cappella dell’Eucaristia, scavata
nella roccia viva che è il basamento della città stessa.
In silenzio e adorazione davanti al Maestro.
Sotto le icone dai colori brillanti e vivi che rappresentano
la morte di Gesù, la Moltiplicazione dei pani e dei pesci,
l’Ultima Cena a la Lavanda dei piedi.
Icone che sembrano parlare per quanto sono belle! Icone
dipinte a mano da una giovane pittrice italiana che,
rispettando e lasciandosi affascinare dalla cultura
orientale, ha composto il suo lavoro utilizzando strutture e
simbologie delle Chiese d’Oriente, in un abbraccio che
avvicina i cristiani e li fa fratelli al di là delle
differenze esistenti, nell’unico Maestro.
In realtà l’ecumenismo che si respira e si vive in quei
luoghi è una realtà tangibile, non un ideale a cui tendere:
cristiani ortodossi, armeni, cattolici, vivono in comunione
facendosi forza e camminando insieme, consapevoli della
difficoltà comune a tutti di professare liberamente la
propria fede in Cristo e dell’arricchimento che viene dal
mettere una accanto all’altra le diversità, sotto lo sguardo
amorevole dello stesso Padre.
Cristiani che hanno volti e storie di persone che anche noi
abbiamo personalmente incrociato in quei pochi giorni:
giovani donne georgiane e armene, che condividevano con noi
un canto, la recita di un salmo…
O ancora una famigliola che ha diviso con noi la tavola,
dopo aver trascorso il pomeriggio in catechesi.
Volti, storie, nomi…
Marina, Maria, Marina, il piccolo Imanuel…
Piccoli gesti, piccolissimi e nella loro semplicità
disarmanti, che ci hanno commosso fino alle lacrime…
Come camminare silenziosamente in preghiera per le strade
della città, di sera, nel quartiere della prostituzione, tra
centinaia di giovanissime ragazze cristiane e ragazzi,
uomini, padri di famiglia turchi. (Perché l’Islam non
ammette la prostituzione…una delle tante enormi
contraddizioni che abbiamo sfiorato appena…)
O come bere un “Ciai”, il the turco, offertoci da una
giovane donna georgiana costretta a vivere in dieci metri
quadri e a non poter abbandonare la casa mai, nemmeno per
andare in chiesa una volta a settimana, a causa del suo
lavoro di badante.
Con quel the, Marina ci ha dato, nei suoi occhi grati e
gioiosi per una preghiera detta insieme e un quarto d’ora di
tempo trascorso nella stessa stanza, una lezione di fede e
di vita che non sarà possibile dimenticare.
Abbiamo avuto tempo e possibilità per leggere, sfogliare i
libri contenuti nella biblioteca della Cappellina…storia del
Cristianesimo, storia della Turchia, l’eccidio dei cristiani
Armeni, l’Islam, il Corano, l’Ebraismo, la Torah, il Talmud
…il che non ha fatto altro che aprire ancora più domande,
orizzonti di pensiero, accendere la voglia e comprendere la
necessità di approfondire, di conoscere, per capire.
E quanti sogni e progetti! E quanto entusiasmo instancabile
e inarrestabile anima don Andrea!
Sogni e progetti che, per essere tradotti in realtà, hanno
bisogno di persone, hanno bisogno di una comunità.
Quando siamo tornati in Italia, con il cuore gonfio di
attese e di domande, abbiamo trovato Guhlan ad aspettarci.
Guhlan: un ragazzo turco musulmano che ha iniziato un
cammino di fede cristiano e che ha vissuto in Parrocchia due
mesi, a Sant’Ippolito, incoraggiato proprio da Don Andrea e
Loredana: voleva conoscere il Cristianesimo. Voleva vedere
come vive una comunità cristiana in occidente, a Roma.
Prima che partissimo ci aveva detto: “Quando vedrete con i
vostri occhi, non potrete più dimenticare, e porterete me e
la mia gente nel cuore, nella preghiera, sempre, davanti a
Dio, ogni volta che sarete in Chiesa”.
Guhlan è tornato in Turchia, a Trabzon.
E dice di aspettare che molti di noi, da quaggiù, lo
raggiungano... per fare comunità!
Abbiamo visitato una Missione. E ci siamo accorti di essere
diventati noi stessi i destinatari di quella missione!
İ frutti di conversione sono maturati in noi sotto forma di
interrogativi, di domande, di pensieri che ci hanno scavato
dentro e che ancora non smettono di risuonare dentro di noi.
…essere missionari significa essere dei “costruttori di
ponti”: significa farsi tramite, mettere in contatto, come
Giovanni si fa tramite tra Gesù e i suoi primi discepoli,
come Andrea si fa tramite tra suo fratello e Gesù …
Costruttori di ponti che aprano una finestrella nel cuore
dell’altro. Nel corso di questa esperienza, nel nostro cuore
quella finestrella è stata aperta.
…essere missionari significa bruciare, letteralmente: essere
una fiamma che brucia. E che bruciando scotterà chi ha
intorno. Noi siamo stati scottati.
..ed essere missionari significa portare il lieto
Annuncio...
İl coraggioso annuncio, dice la proposta del Laboratorio
missionario diocesano di quest’anno...
E solo l’amore appassionato per Cristo porta al coraggioso
annuncio...
Per annunciare la buona novella dunque occorre davvero
riconoscere Gesù come La Buona Novella, come il Lieto
Annuncio per le nostre vite. E scegliere di essere in Lui
come nella vite i tralci…
Chiara P.
La scomparsa di Don
Andrea
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