Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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Esperienze missionarie - Brasile

Agosto 2006

Lì ho lasciato un pezzo del mio cuore...

Amicizia, fratellanza, amore, condivisione…
Ecco alcune parole che mi hanno spinto ad intraprendere questo viaggi.
Soltanto un anno fa invidiavo i miei amici per aver avuto la possibilità di vivere quest’esperienza favolosa. È passato poco tempo da allora ed eccomi qui, anch’io di ritorno dal Brasile, una terra che ora mi appare così lontana… Si, il ritorno è stato traumatico (ecco la parola giusta); il malessere, la saudade e la voglia di ritornare caratterizzano queste piovose giornate di settembre; e la pioggia scivola lentamente anche sul mio cuore.
Mi basta rivedere le foto, ripensare a quei momenti di felicità ed allegria trascorsi insieme, che tutta la tristezza ad un tratto svanisce, perché quando si parla il linguaggio dell’amore, della gioia nel condividere insieme, le distanze vengono annullate e ci si sente tutti vicini, più uniti, si, tutti fratelli, figli di un unico Dio.
Nei primi giorni quando percorrevo le strade del Bairro Veneza o del Bairro Vereda mi chiedevo come mai quelle persone fossero sempre così sorridenti, così cordiali, sempre pronte a dare a noi, che eravamo come degli estranei per loro, quel poco che possedevano. E ci aspettavano, ci accoglievano nelle loro case, e addirittura venivano a lavorare con noi… ma perché accadeva ciò?!?
Inizialmente ero meravigliata da questo comportamento, ma durante le celebrazioni, nei momenti in cui abbiamo pregato insieme, quando abbiamo recitato il Padre Nostro, ho capito che non solo le nostre mani erano giunte alle loro, ma i nostri animi erano incatenati in un legame inscindibile che è il legame della condivisione. In questi momenti sì, mi sentivo proprio a casa, una casa che non è un luogo fisico, fatto di mattoni e di cemento, ma una casa universale, dove ci si nutre soltanto dell’amore fraterno.
Le giornate di lavoro per noi erano molto faticose, non eravamo abituati a lavorare con l’intonaco, il cemento o la pittura, ma a fine giornata non ci sentivamo stanchi, ma pieni di voglia di stare insieme e arricchiti da quelle giornate così ricche.
E come dimenticare gli sguardi pieni di vita dei bambini della creche che ammiravano il nostro lavoro dietro quelle grate arrugginite, ansiosi di vedere se disegnavamo una casa o un aquilone. Si, gli aquiloni… desideravano giocare e far finta di volare, e così quando li prendevamo in braccio, tendevano le loro gracili manine per cercare di afferrare il sole. Io questo gesto l’ho interpretato come una voglia di aprirsi alla vita, un desiderio di avere le stesse possibilità dei nostri bambini, nello studio, nel gioco e nell’essere felici… e un grido di aiuto per migliorare una situazione di povertà di cui forse non si rendono ancora conto. E non erano affranti perché noi non capivamo niente di portoghese, ma bastava soltanto un bacio, un abbraccio, un sorriso per renderli felici.
Tutt’altre emozioni sono scaturite dall’esperienza a Volta Redonda e Rio de Janeiro. Qui la situazione è completamente diversa perché la povertà non è così manifesta come nei bairros di Riberao das Neves, dove si aveva come visuale solo una distesa di case rosse, incomplete, con mattoni grezzi e senza intonaco, ma vi è una povertà più nascosta.
Ai palazzi intonacati del centro della città, ai grattaceli lussuosi di Copacabana si contrapponeva lo squallore delle case delle favelas, l’odore dei cadaveri di uomini uccisi o bruciati vivi presente in alcune vie delle favelas del Complexo de Alemao.
Non è stato facile prendere atto dell’esistenza di queste realtà così diverse dalla nostra, e ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di conoscerle, e soprattutto perché ha fatto nascere nel mio cuore una sensibilità missionaria che prima non avevo.
Ora tocca a me essere testimone di quest’esperienza, così come altri ragazzi lo sono stati l’anno scorso nei miei confronti, trasmettendomi la voglia di conoscere il Brasile.
Sì, il Brasile… una terra così ricca e varia…. lì ho lasciato un pezzo del mio cuore.

Mariangela G.

   

 

Volta Redonda, 27 agosto 2006

Siamo una benedizione del Signore... Strumenti nelle mani di Dio.
Queste le due frasi che per mesi, ed ancor di più in questi giorni, mi hanno accompagnato e riempito ancor di più di fede e speranza aiutandomi a vivere questa esperienza in profondità, nel corpo e nello spirito.
Indecisione, paura, disagio prima di prendere l’aereo per questo sconosciuto paese, amore, gioia, fede, speranza, a volte tristezza, nostalgia, coraggio, riscoperta dei Valori della vita, una valanga di emozioni che a parole è troppo difficile da spiegare. Una grande morsa allo stomaco che vorrebbe urlare ma frenata da chi non riesce a comprendere perché non ha vissuto questa realtà.
Dispiacere di non riuscire a trasmettere tutto questo banalizzando con foto e semplici spezzati di racconti di emozioni che non renderanno giustizia a ciò che singolarmente ognuno di noi prova.
Ma tanta, infinita gioia, per aver avuto il grande dono e privilegio dal Signore di conoscere persone, sorrisi, abbracci, amore per la vita... si la vita, il più grande dei doni che Dio ci ha fatto, inaccettato ed incomprensibile molte volte solo perché avvolti dall’indifferenza che ognuno di noi, anche nelle cose più piccole della nostra esistenza, porge verso il suo vicino.
Sento una pesante incapacità di esprimere ciò che ho dentro.
La Preghiera Semplice di San Francesco d’Assisi esprime la mia fede. Il mio entusiasmo è alimentato dal Signore attraverso una delle persone che in questo ultimo periodo per me è diventata molto importante, Beatrice, alla quale forse troppe volte, o forse troppe poche volte, provo ad esprimere la mia stima. Grazie a lei, alla sua fede, al suo coraggio, alla sua grande capacità di esprimere le emozioni, è nata in me la voglia di iniziare questo cammino che mi auguro il Signore mi dia la forza di portare avanti.
Credo che esprimere il proprio affetto, nel bene e nel male, alle persone a cui si tiene sia molto importante, per far si che esse non perdano mai di vista il valore che la propria vita ha, il dono della loro vita non per se stessi ma per gli altri.
In quest’ultimo anno percepisco ancora di più la presenza del Signore, ed un esempio tra i tanti per me, anche se difficile da trasmettere, sono state le parole del Diacono della favela di Rio de Janeiro quando due giorni fa mi ha detto ancora una volta che siamo una benedizione del Signore, lo ha ringraziato per la nostra vita e la vita attraverso la quale noi e persone come noi mantengono viva la speranza. La presenza del Signore si percepisce anche grazie alle tante prove che Egli ci trasmette ogni istante di vita, alla presenza di persone che pur non conoscendomi mi hanno accolta a braccia aperte facendomi sentire completamente a casa come in una seconda famiglia, una grande famiglia composta dalle fantastiche suore senza le quali questo gemellaggio non sarebbe stato possibile, dagli abitanti di questo paese che il Signore m’ha dato la possibilità di conoscere, che nella loro semplicità mi hanno trasmesso il loro grande amore per la vita, possibile, anche se in mezzo a tante difficoltà, grazie alla fede in Dio, alla speranza nel prossimo.
Adesso solo tanta nostalgia mi avvolge.
Ma anche tanta gioia di vivere questa vita ed in questo cammino di aver avuto la possibilità di viverre questa esperienza.

Antonella C.
 

Popolo brasiliano… popolo di Dio

Quando l'anno scorso visitai il Brasile per la prima volta non conoscevo esattamente le ragioni del mio viaggio, ed è stato necessario tornarvi per capire che ad avermi conquistato non era stata la bellezza a volte straordinaria di quei luoghi, ma l'accoglienza e l'affetto disinteressato del popolo brasiliano.
Un popolo che lavora...
Che impasta il cemento sotto il sole per gettare le fondamenta della chiesa "Nossa Senhora de Fatima" del bairro Vereda o per tirare su i muri del salone della parrocchia "Nossa Senhora da Conceição Aparecida" del bairro Liberdade, e che poi fa festa alla fine del giorno.
Un popolo che prega...
Per noi che abbiamo condiviso il loro lavoro, chi con le proprie braccia, chi intrecciando fili di macramè, chi donando un'offerta e il proprio cuore, è stata palpabile la forza che scaturiva dalla preghiera delle nostre comunità unite in Gesù Cristo. E mentre noi lavoravamo, nella piccola cappella i catechisti raccontavano ai bambini la Buona Novella così da edificare non solamente una chiesa di mattoni ma una Chiesa Viva, di persone.
Un popolo fedele...
Abbiamo visto e ammirato la fedeltà delle comunità di Riberao das Neves in questa missione di edificare tanto luoghi d'incontro per i cristiani quanto quell’agape che ne santifica il lavoro e che da senso al loro stare insieme; così hanno realizzato innumerevoli iniziative, feste e baracchinhas per raccogliere centavo dopo centavo il denaro necessario… ed il sostegno morale e materiale che stiamo dando loro è la ricompensa per aver confidato nel Signore.
Un popolo in cammino...
Così amano rappresentarsi i brasiliani: sia perchè sono ancora notevoli i flussi migratori dalle campagne verso Rio de Janeiro e San Paolo e dal Brasile verso gli Stati Uniti, sia perchè sentono che solo andando col cuore del pellegrino è possibile incontrare il Signore. E Cristo stesso va per quelle strade polverose senza avere dove poggiare il capo; spesso si fa ospitare nelle case per donarci il Suo Corpo e il Suo Sangue… e a volte lascia che la sua casa, nel cuore di una favela, divenga dimora dei suoi piccoli.
Un popolo che soffre...
La statua del Cristo Redentore abbraccia tutto il Brasile. Ed è lì, in uno spettacolare miscuglio di ville e baracche, per ricevere ancora nella Sua carne i chiodi del traffico di armi, di droga e di organi delle favelas e le spine dell'edonismo, dell'indifferenza e della prostituzione delle spiaggie.
Un popolo che ama...
La mia più grande paura, quest'anno, era di andare in Brasile senza un sacerdote che guidasse i nostri passi, tanto per le vie dei bairros quanto nel cammino verso Gesù. Ma la Provvidenza ci ha fatto conoscere alcuni dei pastori più solleciti verso il gregge di quelle terre: Padre Robson, che con la sua speranza lungimirante ha dato entusiasmo al nostro lavoro alla “Creche Irma Dulce” del bairro Veneza; Padre Edecildo che con le sue lacrime di commozione ci ha dato la forza di continuare il lavoro, facendo memoria di quanto seminato l'anno passato; Padre Damiao, che con la sua guida serena ci ha mostrato la carità operosa che anima le comunità; Padre Denivaldo, che ci ha guidato in una delle favelas del Complexo de Alemao a Rio de Janeiro rendendo sicuri i nostri passi come il Buon Pastore del salmo.
Un ringraziamento speciale và alle anime più belle di quei luoghi, le suore orsoline di Riberao das Neves e Volta Redonda, che ci hanno accolto nelle case del loro Sposo e con cui abbiamo vissuto nel lavoro, nella preghiera e nella gioia.
E in effetti non del popolo brasiliano mi sono innamorato…
Ma di quel frammento del popolo di Dio che illumina e santifica il Brasile.
E noi, che abbiamo sperimentato il vincolo dell'amore e della fede in Gesù Cristo che ci ha fatto, pur così differenti, tutti fratelli, lo riconsegniamo a tutta la nostra comunità parrocchiale, affinché possa crescere nella fedeltà alla Chiesa, nostra madre, e nella sollecitudine e nella gratuità verso tutti i fratelli.

Emilio C.
 

Grazie Brasile…

Ci sono dei momenti, degli attimi nella vita delle persone, in cui ti accorgi che uno sguardo, un volto, un sorriso che mai avresti potuto immaginare conoscere, diventano per te talmente familiari da divenire ormai parte di te. Ma la cosa più assurda di tutto ciò è che più provi a cercare di capire come ciò sia stato possibile, e meno riesci a darti delle risposte…
Io non so come sia potuto succedere che persone incontrate solo per alcune settimane nella vita, si possano commuovere all’arrivo e alla partenza del nostro gruppo qui in Brasile… Io non so come sia possibile che decine di persone delle quali non si conosce nemmeno il nome continuino a ringraziarti con le lacrime agli occhi per quel poco più di niente che abbiamo fatto per le loro strade, per le loro vite… Io non so come sia possibile che intere famiglie siano disposte ad accoglierci nelle loro case per manifestarci il loro affetto, la loro amicizia pur conoscendole appena…
Tante volte nell’arco di questo ultimo anno mi sono domandata a cosa “servisse” a me stessa tornare in Brasile per la terza volta consecutiva… A cosa servisse rivedere e ripercorrere le stesse strade, gli stessi ambienti, riabbracciare gli stessi bambini…
Che sciocca che sono stata, egoista come troppe volte lo sono nella mia vita… Ci si vuole mettere sempre al centro delle situazioni cercando di pilotare la propria vita secondo le proprie esigenze, i nostri desideri, secondo ciò di cui pensiamo possiamo aver bisogno per sentirci più completi, più realizzati in quel determinato frangente di vita…
E intanto ci dimentichiamo di Dio.
E mentre stupidamente riflettevo sull’utilità personale di questo ennesimo viaggio, Beth prendeva due settimane di ferie dal lavoro per poter trascorrere con noi “missionari italiani” (così ci chiamavano) un po’ più di tempo; Tina faceva la spesa ed organizzava il menu per poterci offrire qualcosa di ancor più buono del già delizioso piatto di riso con fagioli; Learte programmava il lavoro al cantiere della chiesa finalmente ripopolato di altri volontari che condividevano con lui e gli altri la stessa voglia di fare “Chiesa”; Ramon e altri bambini dell’asilo non vedevano l’ora di riabbracciarci, Padre Robson il nuovo parroco arrivato al Bairro Veneza da non più di sei mesi, era impaziente e curioso di conoscere questo ormai famoso gruppo di italiani che puntualmente da tre anni si faceva vedere e sentire nell’asilo a pochi metri dalla sua parrocchia.

Quattromiladuecento sono gli euro che ho speso in questi ultimi tre anni per poter raggiungere e incontrare queste persone. Tanti qui in Italia mi hanno fatto ragionare sul fatto che questi euro sarebbero stati più utili se offerti come donazione e come contributo per asili e scuole, per il materiale didattico, per le famiglie dei quartieri più poveri nelle favelas… Ho ragionato molto su quanto amici e conoscenti mi hanno più volte consigliato. Ma non sono i soldi che danno speranza alle persone, alle famiglie ai bambini, non sono le imponenti costruzioni che si possono fabbricare all’interno di bairros e favelas a dare fiducia nella vita, ma la testimonianza di un esserci e di un pregare insieme rivolgendo lo sguardo verso lo stesso Dio che nel modo in cui siamo fatti, nelle situazioni e negli ambienti dove viviamo, non smette mai di amarci.

Beatrice P.

   

   

   

   

 

Dentro una favela di Rio de Janeiro

Una casa alla periferia estrema della favela… l’ennesima casa fatiscente…
Dentro una donna e quattro o cinque bambini…
Vite dimenticate, nascoste. Vite vissute ai margini, separate dal resto del mondo da decine e decine di cunicoli, che si perdono e si rincontrano come in un mosaico un po’ scombinato, ricavandosi lo spazio tra centinaia di piccole abitazioni di mattoni, per poi convogliare in un’unica strada, quella più grande, la strada principale, maledettamente caratterizzata da sbarre e posti di blocco che impediscono l’ingresso a chi è estraneo…
Vite che probabilmente non hanno mai varcato quei posti di blocco per uscirne, vite che non hanno mai visto la bianchissima spiaggia di Copacabana poche centinaia di metri più distante. Non c’è nulla qui di tutto ciò che agenzie di viaggio e pubblicità mostrano del Brasile e di Rio de Janeiro, l’unica immagine ben visibile agli occhi di chi prova ad affacciarsi tra quelle strette strade è un’immagine di morte… Pistole e fucili sono gli strumenti che danno un senso di potenza e di sicurezza a chi li possiede, e sempre più spesso vengono puntati ed utilizzati da chi controlla i posti di blocco contro chi si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato…
Ma quella casetta ai margini del mondo, quei bambini e quella mamma, che non hanno mai visto nemmeno il centro della capitale dello Stato di Rio de Janeiro, vedono sfilare davanti a loro le conseguenze più orribili di tutte le dinamiche economiche, politiche e sociali dell’intero pianeta. Davanti a quelle finestrelle che affacciano su una strada che sembra senza uscita, si consumano le vendette e gli omicidi più atroci dove le vittime vengono cancellate e strappate alla vita da carnefici che dentro la vita non l’hanno mai potuta assaporare… forse perché vittime a loro volta lo sono anche loro…

Resti umani, indumenti, piccoli mucchi di cenere sono lo scenario dove i bambini, non più troppo ingenui, si ricavano uno spazio per provare ancora una volta a giocare un po’, dimenticando per un attimo la bruttezza di una vita che sempre più spesso viene difficile chiamarla tale.
Camminando per quelle strade e incontrando furtivamente (perché è meglio non guardarsi troppo in giro quando si entra dentro una favela) gli sguardi spenti di quei ragazzi con i fucili ora puntati ora abbassati al nostro passaggio, mi sono chiesta cosa e chi potesse ridare o meglio insegnare cosa sia la speranza e la gioia di vita e di amore a queste persone.

   

E’ facile puntare il dito contro Dio… Anche io l’ho fatto tante volte, e sempre più spesso lo mettiamo sul banco degli imputati perchè pretendiamo e ci aspettiamo che Lui come un fuoco d’artificio illumini e colori improvvisamente le vite e le speranze di tante persone risolvendo in pochi minuti tante situazioni troppo difficili…
Ma Dio è di più.
Dio non è un fuoco d’artificio illusionista e fatiscente, Dio nella libertà che ci ha concesso, ci ama immensamente così come siamo, è difficile spiegarlo a parole, non si può spiegare l’amore per un uomo o una donna, figuriamoci quello che Dio prova per noi… Ma sapere che Lui c’è, che è testimone e compagno insieme a noi di tutto ciò che ci accade nella vita, dà forza e speranza e ci regala la chiave per poter reagire aiutando a condividere insieme ai più deboli quel tratto di sentiero della nostra vita che piano piano ci conduce più vicini a Lui.

Beatrice P.

   

   

   

   

 


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