Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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Esperienze missionarie - Albania

Agosto 2006

Albania, il Paese che soffre due volte.
Emergere dal passato e sommergere i pregiudizi.

Un’estate diversa: la voglia di andare in missione… ed il Signore ha scelto per noi l’Albania; terra nella quale non ci saremmo mai sognati di andare, terra di un popolo che troppe volte avevamo giudicato senza conoscere.
Così siamo stati a Guri-i-zi un villaggio vicino a Scutari nel nord dell’Albania.
Nel Paese delle aquile abbiamo avuto modo di conoscere pagine di storia che l’Occidente ha ignorato, una storia che si è svolta a meno di 100 Km dall’Italia, fatta di sofferenze, atrocità e soprusi.
Abbiamo visitato il vecchio carcere, in cui i prigionieri, durante gli anni della dittatura, venivano torturati. Stanze buie, piccolissime, in cui venivano stipati centinaia di “sovversivi” che magari avevano come unica colpa quella di voler professare la propria fede.
E’ un popolo che ha sofferto, che soffre, che ha paura di soffrire ancora, ma per lui non c’è giorno della memoria: per gli Albanesi trucidati dopo inumane torture non c’è neanche il conforto della solidarietà internazionale.
Riusciremmo noi a sorridere dopo aver passato questo?
La prima Messa che abbiamo celebrato insieme agli abitanti del paese è stata una conferma. Nelle preghiere dei fedeli, giovani e anziani domandavano al Signore la forza per continuare, per non perdere la voglia di vivere e, soprattutto, per non desiderare di porre fine a questa vita difficile e dal futuro incerto.
Può una ragazza di soli 20 anni avere tali pensieri? Quanto devono aver sofferto i suoi genitori per non averle trasmesso la voglia di vivere?
Eppure è bello vedere come in queste situazioni diventi facile gioire per quelle piccole cose a cui noi non diamo più valore. Un semplice campo scuola, semplici giochi, semplice compagnia venivano vissuti come grande dono dai dolcissimi bambini di Guri-i-zi. Era bello vederli arrivare entusiasti in gruppetti, senza adulti che facessero attraversare loro la lunga e pericolosa strada che dalle varie case porta alla chiesa, lì si cresce in fretta, lì non è inusuale vedere una bambina di 7 anni che si prende la responsabilità del fratellino di 4.
E quando ci sembrava di aver già visto tanto, di aver conosciuto le difficoltà di questo popolo, ci hanno portato a conoscere i disabili ospitati dalle Suore di Madre Teresa. Queste donne meravigliose accolgono i bambini disabili che vengono abbandonati dalle loro famiglie.
E qui in maniera ancora più forte abbiamo incontrato il Signore.
Dovevamo quindi venire fino in Albania per vedere gli occhi del Signore in una bambina di forse sette anni. Vasilika, questo è il suo nome, è stata abbandonata non si sa quando dalla mamma, e poco tempo fa è stata trovata dalle Suore di Madre Teresa di Scutari che rovistava affamata nella spazzatura in cerca di qualcosa di cui nutrirsi. Ora Vasilika quando vede qualcosa da mangiare ci si avventa con entrambe le mani e non ti guarda negli occhi pensando solo a ciò che può mettere nello stomaco. Ma se le parli sottovoce, se l’accarezzi piano piano allora si calma e, se sei fortunato, incrocia il tuo sguardo. Ed è in quel momento che il Signore si presenta di fronte a te, in tutta la sua semplicità e magnificenza. Ora Vasilika ha trovato in quelle Suore e quei disabili una famiglia e qualcuno che la ami per come è, e noi abbiamo capito come il Signore abbia potuto “rivelare a questi piccoli quelle cose di Lui che ai sapienti ha tenuto nascoste” e perché “…Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono…” (1 Cor 27b)

Questo è a grandi linee ciò che abbiamo vissuto nei dieci intensissimi giorni passati a Guri-i-zi, ma le emozioni… quelle non possiamo proprio riuscire a trasmetterle con le parole. Forse l’unico modo per capire cosa ognuno di noi ha provato è sentire il calore nella voce mentre ne parliamo, vedere la luce che si accende nei nostri occhi tutte le volte che ripensiamo a quei momenti. Alla fine non abbiamo fatto molto, forse non abbiamo fatto quasi niente, ma come sempre in missione più che a fare si va a ricevere.
In missione non importa quello che fai, l’importante è che tu sia disposto a metterti al servizio, qualunque sia la cosa che ti venga richiesta

Francesca Romana L. - Massimo V.

 

Lettera dall'Albania

Avere l’Albania come meta, per “essere in missione” in questa terra tanto vicina alla mia, ma allo stesso tempo così lontana dagli orizzonti quotidiani ,che quasi sembra essere dimenticata da ogni coscienza.
E’ stato così che da una proposta che mi fu fatta, colsi subito l’occasione per appagare e vivere ciò che da tanto tempo desideravo.
Io stesso non pensavo di vivere tale esperienza in questa terra così antica, bella e storicamente imponente ma purtroppo devastata dalla violenza e dall’arroganza degli uomini.
Come la stragrande maggioranza delle persone vivevo assorbito dalle varie necessità e dalla mia travagliata quotidianità.
Sicuramente per me è stata una sfida con me stesso, mettendomi in gioco con qualcosa che per certi aspetti mi destava preoccupazioni, perché ero consapevole di poter far poco o meglio quasi nulla di fronte alle situazioni che vedevo con i miei occhi e vivevo quotidianamente.
Ogni luogo conservava un aspetto quasi spettrale, come se le coscienze delle persone fossero ancora sotto quella costante pressione di essere sempre a rischio, di dover far finta di nulla e mandare giù tanti bocconi amari per tentare di sopravvivere. Eppure nei loro sguardi a tratti angosciosi, si poteva cogliere la semplicità e la consapevolezza che lassù qualcuno li sosteneva, dando loro la forza di andare avanti.
Mi stupiva la semplicità e la gioia con cui i bambini si cercavano ,quasi a volersi dare forza a vicenda per vivere e godere di quel poco che la vita metteva loro a disposizione, senza necessitare di troppi giochi per ridere ed amarsi.
Non si poteva rimanere indifferenti a quei bambini che rispondevano tanto spontaneamente alle nostre iniziative. Era come se vedessero in noi quelle testimonianze di una realtà che hanno potuto vivere soltanto nella loro fantasia ancora inquinata di tanta violenza e morte.
Potevo scorgere nei loro occhi la contrapposizione tra i colori che usavano nei giochi e il nero dei loro ricordi.
Tra maschere e corse, canti, balli e passeggiate bastava una carezza, una parola d’amore e un abbraccio alla sofferenza per trasformare la disperazione in speranza di pace.
Non contavano le disuguaglianze linguistiche e culturali tra noi e loro, prevalendo su di esse la vicinanza nel nome di quell’Amore Supremo che con Cristo ha vinto definitivamente la morte per lasciare spazio alla speranza.
Nel viaggio di ritorno, inevitabilmente ho tirato le somme della mia esperienza. Quello che ho vissuto mi ha dato una ricchezza che nessun altro incontro avrebbe potuto offrirmi; un solo proposito avevo in mente: ripartire e donare di più.

Luigi

 

Voglia di missione. Voglia di conoscere, di toccare con mano. Tante sono le mete sognate, i luoghi in cui ho immaginato di poter fare qualcosa, ma mai avevo pensato all’Albania. Albania! Un Paese così vicino e di cui non ho saputo mai quasi nulla. L’unico pensiero associato agli Albanesi è sempre stato legato a ciò che leggevo sui giornali:furti, scippi, incidenti mortali e questo per me era più che sufficiente: “Meglio non averci nulla a che fare”. E, forse proprio per questo, in un modo o nell’altro quest’anno il Signore ha scelto per me proprio una missione in questo luogo mai considerato.
Prima di partire non avevo idea di cosa mi dovessi aspettare. All’arrivo avevo ancora in mente le immagini del Brasile: il calore, i sorrisi, l’innocente serenità. Scesa dal traghetto ho capito quanto di differente mi dovessi aspettare. Bambini e anziani che ci circondavano chiedendo qualunque cosa potessimo dare… Chiedere… domandare… Questo in Brasile non veniva neanche contemplato. Nessuno all’aeroporto o nelle favelas chiedeva nulla. Ma qui era diverso. Gli occhi delle persone non brillavano di luce, gli sguardi erano schivi, i sorrisi forzati. Ma perché tanta tristezza, perché tanta rassegnazione? Dovevo capire! E, senza farsi attendere, la risposta mi è piovuta addosso il primo giorno. Ci hanno portato a visitare l’ex carcere, uno dei luoghi dove fino a 16 anni fa migliaia di Albanesi venivano torturati in modo inumano finché non avessero rinnegato tutto ciò in cui credevano, accettando senza possibilità di obiezioni, il regime di Stato.
16 anni fa; ed io non ne sapevo nulla. Respirando l’aria di quel luogo, un’aria quasi fuori dal tempo, sembrava di sentire addosso quel dolore, di avvertire ancora quel terrore, e lì ho provato un senso di inadeguatezza e un’enorme vergogna. Quante volte ho pensato: “Ma perché non se ne tornano al loro paese? Stiamo già tanto male noi…” Parlavo senza sapere, e ora che so, devo far capire anche ad altri.. Far capire che lì in Albania i ragazzi sognano solo di scappare per non tornare mai più, che nelle preghiere dei fedeli le persone chiedono la forza di continuare per non desiderare di porre fine a questa vita tanto difficile. E proprio quando pensavo che lì noi non servivamo a nulla, un ragazzo di vent’anni ci ha chiesto perché siamo andati in un posto da cui tutti invece cercano di scappare, e poi ci ha ringraziato per la speranza che portavamo insieme ai nostri sorrisi.. Grazie a questo ho capito quale era l’enorme differenza con il popolo Brasiliano:anche in Brasile la sofferenza passata si avverte nell’aria, ma lì nessuno ha mai vietato di trovare nella fede il conforto a tutte le difficoltà della vita, in Albania vietando qualsiasi credo, hanno vietato anche di avere speranze.

Ci sono tanti altri istanti che vorrei congelare su un foglio di carta, ma come sempre accade, non riesco neanche minimamente a trasmettere il fiume di emozioni che ogni parola mi evoca:mi viene da pensare ai bambini del grest che piccoli come erano venivano da soli fino in parrocchia; alla bimba che a sette anni doveva badare al fratellino di quattro(e sorrido pensando che qui da noi i genitori vogliono sapere perfino il menù dei campi estivi). E non posso non ripensare alle lacrime versate dalle Suore di Madre Teresa. Lì i bambini non solo non avevano una famiglia che badasse a loro, ma oltre a tutto convivevano con handicaps psico-fisici dei più gravi. Ma è lì che più che in ogni altro luogo ho sentito presente fortissimo l’amore del Signore:nei gesti delle Suore, nei racconti del passato di questi ragazzi, ma soprattutto nei loro occhi; occhi che con uno sguardo facevano capire che la vera gioia ognuno se la costruisce a modo suo. Non importa essere belli o ricchi; se il Signore è presente lo è anche la gioia vera.

E finisco ricordando ciò che mi ha detto Don Mauro, quando mi sentivo inutile a cucinare o sistemare la casa: “In missione non importa quello che fai,, l’importante è che tu ci sia e che sia disposto a metterti al servizio, qualunque sia la cosa che ti viene richiesta.”

Francesca Romana L.
 

 

Quelli immagini degli sbarchi le abbiamo viste, le ricordiamo e una riflessioni mi viene alla mente: perché l’opinione pubblica non ci ha chiarito il disagio che li ha spinti a intraprendere questo viaggio?
Ma soprattutto, perché noi non ci siamo posti questo interrogativo e perché non abbiamo avuto il desiderio di conoscere? L’indifferenza dettata dalla nostra società ci ha colpito già così duramente? Quante altre cose sono successe o succedono intorno a noi senza destare più la nostra attenzione? Quante situazioni contro i diritti dell’uomo ci scivolano addosso senza provocare in noi quel senso di disgusto che abbiamo provato in quelle carceri contro le barbarie di cui l’uomo è capace?
Non voglio discutere o commentare le cause socio o geo-politiche che hanno portato le nazioni occidentali a far finta di nulla (ricordiamo la guerra fredda)... non le conosceremo mai tutte fino in fondo e forse potremmo ritenerle anche politicamente corrette, ma mi domando quando l’uomo imparerà che il politicamente corretto può e deve essere corretto anche secondo i diritti dell’essere umano?
E un'altra riflessione mi piace condividere proprio con alcuni di voi del laboratorio missionario della nostra parrocchia, con i quali più volte mi sono trovato a discutere sull’importanza dei mezzi di comunicazione, sull’importanza di aprire gli occhi e non accontentarsi solo di quello che l’opinione pubblica vuole metterci davanti, sull’importanza di documentarsi per farsi un'idea propria priva il più possibile di contaminazioni (che poi è uno degli scopi di questo laboratorio).
Alla luce di questo, mi domando perché quei mezzi di informazione e questo sistema di media che tanto spesso critichiamo quando tocca determinati paesi e popoli, quando parla di altri diventa invece la fonte che usiamo per formarci un idea e per dare un giudizio...
Perché per alcuni paesi sono informazioni distorte e fuorvianti e per altri le accettiamo senza confutarle?

Massimo V.

  


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