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Diari Africani
Goma - Repubblica
Democratica del Congo
22 marzo 2009
8 Marzo... tra festeggiamenti e pensieri durissimi
Quando
questo diario verrà pubblicato sul sito parrocchiale, la
giornata internazionale della donna sarà passata da un
pezzo... ma questa è una storia che deve essere raccontata.
Tutto è iniziato il lunedì prima della festa della donna, ed
è iniziato in modo allegro, leggero: una delle maman
che lavora qui in Caritas ci è venuta a chiamare, per
mostrarci, con aria complice e soddisfatta, la stoffa che
ogni donna della Caritas avrebbe indossato l'8 marzo.
Qui la festa è organizzata così: ogni ufficio, o
associazione, sceglie una stoffa con cui fare i vestiti per
tutte le donne, da indossare poi per la grande
manifestazione dell'8. La cosa ci ha molto divertito, anche
se la stoffa era davvero brutta... fucsia verdina e marrone
(ho avuto poi il piacere di scoprire che ce ne sono in giro
di molto più brutte!). Siamo state dalla sarta, che ci ha
fatto scegliere i modelli e ci ha preso le misure. È stato
bello sentirsi pienamente integrate in ufficio, dopo meno di
due mesi già ci fanno vestire come loro per partecipare
insieme alla manifestazione.
Per tutta la settimana le signore dell'ufficio sono state
ben eccitate dalla festa, parlandoci del programma,
mostrandoci gli striscioni, chiedendoci se il vestito ci
piaceva...
Domenica 8 ci siamo ritrovate alle nove alla rotonda più
grande, con una gran folla di altre donne, tutte vestite per
gruppi con la stessa stoffa. Sotto un caldissimo sole
equatoriale ci siamo messe bene in ordine, con lo
striscione, in corteo con tutte le altre.
Sul nostro striscione c'era scritto: "Stop au viol"
(basta con gli stupri), e "HIV, insieme ti vinceremo".
Capite bene che l'allegria della festa, dello stare insieme,
era bilanciata dalla consapevolezza che eravamo lì per dei
motivi ben più seri.
Il tema internazionale della giornata era infatti "Uomini
e donne uniti contro le violenze contro le donne", e
quello scelto per il Congo "Rafforzare la leadership
delle donne nella lotta contro l'AIDS/HIV".
Il corteo è iniziato verso le dieci, siamo passate nelle
strade fangose, sporche e piene di buche di Goma cantando e
ballando, tra folle di curiosi. Tenere quello striscione è
stato motivo di grande orgoglio per me.
La marcia si è conclusa allo stadio comunale, dove la grande
folla colorata e allegra ha ascoltato i discorsi delle
autorità (c'erano il presidente della Provincia, i
rappresentati di tutte le più importanti strutture politiche
ed amministrative, tutti lì per la giornata della donna),
poi ancora canti, balli, foto, la sfilata finale di ciascuna
associazione.
Alla fine siamo state anche al pranzo che la Caritas ci ha
offerto. Un bella festa, insomma.
Il problema è che quelle parole, "Stop au viol" e "HIV,
insieme ti vinceremo", mi si sono piantate in testa, ben
accompagnate dai discorsi, sia allo stadio che dopo il
pranzo, che hanno reso testimonianza di come sia dura e
terribile la vita di molte donne, vittime di violenza e
discriminazione, senza appoggi e prospettive. Ciò che veniva
ripetuto è quanto sia importante che uomini e donne,
ciascuno nel suo ruolo e secondo la propria vocazione,
camminino insieme per combattere le ingiustizie e le
terribile sofferenze che subiscono molte donne e ragazze.
Mi chiedo se in Italia ci sia tanta consapevolezza, se le
città si fermino per lasciare spazio a chi di solito fa più
fatica degli altri, a chi subisce la sopraffazione …
La cosa più "dura" è successa però il martedì. Sempre con il
nostro bel vestito congolese, siamo andate a fare un
incontro in una parrocchia. Abbiamo accompagnato 2 signore
che lavorano in Caritas, responsabili dell'ufficio di lotta
alle violenze sessuali. Abbiamo incontrato, nella
parrocchia, un gruppo di circa 25 ragazze che erano state
violentate, e dallo stupro avevano avuto un figlio.
L'impegno della Caritas con queste ragazze è un sostegno
psicologico ma anche sociale ed economico, affinché dal
posto profondissimo in cui sono state gettate si
risollevino, almeno un po', e trovino la forza di tenere il
loro bambino e di continuare a vivere.
È stato davvero "forte", per me, questo incontro.
Ci hanno accolto cantando e ballando, erano serene, o almeno
lo sembravano, e guardavano i loro bambini con amore, con
tenerezza, anche se erano il frutto dalla peggior cosa della
loro vita.
Ciò che mi è rimasto più impresso è che le ragazze ci hanno
proposto una scenetta, che rappresentava due militari che
violentavano una ragazza, e questa che poi veniva accolta da
operatori Caritas, che le davano una mano e la portavano in
ospedale. Pensavo che sarebbe stato scioccante, per le
ragazze violentate, rivivere quelle scene. E invece ridevano
anche, in alcuni momenti, per l'idiozia dei militari. La
ragazza che aveva recitato nella scenetta alla fine si é
presentata, e ha detto che per lo stupro oltre al figlio, un
bimbo bellissimo di 4 anni, aveva contratto l'HIV, ma che
avrebbe preso le medicine e sarebbe stata bene il più a
lungo possibile.
Poi abbiamo ancora ballato e cantato, abbiamo mangiato
insieme pane e bibite gassate, sempre con semplicità, con i
bambini che ci giocavano tra i piedi, alcuni di pochi mesi.
A me veniva solo da piangere.
Ammiro fortemente queste giovani donne, la loro forza è
immensa.
In Nord Kivu, come in molte altre zone di conflitto, lo
stupro è utilizzato come vera e propria arma di guerra, e
per i colpevoli è frequentissima l'assoluta impunità.
Succede nei campi sfollati, quando le ragazze si allontanano
dai villaggi per cercare acqua o legna, ma anche quando
tornano da scuola. A volte perfino a scuola. Sono gli
insegnanti, i soldati, i poliziotti, qualsiasi maschio che
voglia dimostrare il suo stupido potere, che spezza in due
questi fiori.
E si sa, un fiore spezzato è irreparabile.
Non so trovare parole per esprimere quello che sento. Paura,
schifo, ma anche grande gioia nel vedere che queste ragazze
alla fine ce la fanno, amano il loro bambino, forse proprio
dal figlio trovano la forza per risollevarsi. Ecco, in
queste ragazze, e negli operatori che le accompagnano, ho
visto il volto di Gesù.
Daniela
Pagine
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