Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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Goma - Repubblica Democratica del Congo
17 maggio 2009


 

Gli "Spostati"

 

Intorno alla città di Goma ci sono almeno cinque campi di déplacés. Si tratta degli sfollati della regione, che per la guerra sono fuggiti ed hanno trovato accoglienza, se così si può dire, nelle immense tendopoli nei dintorni della città.
La parola "déplacés" in francese significa "spostati", "fuori posto", e credo che renda bene il senso di queste vite "fuori posto", gente costretta ad abbandonare la propria esistenza, spesso misera, ma almeno "normale", per finire nell'indescrivibile realtà del campo profughi.
Non so se ne avete mai visto uno... io ero stata in molti campi profughi in Bosnia e Croazia, ma qui è tutta un'altra cosa, anche se certe dinamiche mi sono sembrate molto simili.
Per prima cosa bisogna pensare al fatto che qui, nel solo primo campo dove sono stata, vivono 23.000 persone. Un paese, in pratica, e nemmeno tanto piccolo. È un'enormità di gente, che per vivere, quotidianamente, ha dei bisogni primari che in un campo sfollati vengono soddisfatti con grandi difficoltà.
Vivono in capanne, file e file di costruzioni tipo tende, fatte di legna e frasche e ricoperte da tendoni bianchi.
In ogni capanna, diciamo due metri per quattro ad essere molto ottimisti, sta una famiglia, e bisogna considerare che la famiglia media è composta da sei persone, in cui spesso manca uno dei due genitori. Non va dimenticato che sono qui perché a casa loro c'era la guerra, e molti adulti sono morti.
Poi ci sono le "infrastrutture", cioè ad esempio i bagni. Immaginate delle costruzioni di pali e teloni di plastica, un po' rialzate, con un semplice buco per terra. L'acqua, che viene presa al lago, è raccolta in due grandi cisterne e poi distribuita in piccoli bidoni con rubinetto. Il tutto, sempre, per 23.000 persone.

Tutta questa gente, ben ammassata, ha anche il grave vizio di dover mangiare... la maggior parte sono bambini, di lavoro non se ne parla nemmeno, anche gli spazi per coltivare non sono proprio abbondanti (soprattutto perché, lo ripeto ancora un volta, sono 23.000!), quindi campano grazie soprattutto alle distribuzioni di viveri da parte di varie organizzazioni.
Noi siamo state a fare delle distribuzioni, gestite dall'ufficio "urgenze" della Caritas, con il cibo donato dal PAM (Programma Alimentare Mondiale, delle Nazioni Unite).
Ogni mese viene donata a ciascuna famiglia una certa quantità di sale, olio, riso e fagioli, in proporzione al numero dei membri della famiglia. In Bosnia e Croazia ricordo che venivano dati, ogni giorno, i cibi già pronti, ma lì le dimensioni dei campi erano talmente più piccole che questo era possibile. La distribuzione di questi 4 alimenti "di base" permette alla gente di non morire di fame, ma certo non è un granché di dieta... e questo si vede chiaramente nelle pance gonfie dei bambini, segno di denutrizione e malnutrizione.
In ogni caso, già il fatto che si riesca a distribuire cibo a tutta questa gente mi è sembrato incredibile. L'organizzazione è molto buona: l'UNHCR (agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha effettuato il censimento delle famiglie presenti al campo, dividendolo in "blocchi" da circa 50, e distribuendo tessere con un codice identificativo della famiglia e del numero di persone che la compongono.
Ogni mese, per 4-5 giorni, arrivano i camion con i viveri e un nutrito gruppo di giovani della Caritas realizza la distribuzione. Ci sono delle liste per ogni blocco, la gente in fila aspetta il suo turno, viene registrata controllando la tessera, e gli viene dato un foglietto con scritto il numero di componenti della famiglia, con cui andare a ritirare il cibo. Io sono stata al tavolo della registrazione e a distribuire il sale.
Vedi passare davanti a te una umanità spossata, molte donne, alcune anziane, altre con i bambini in seno (nel vero senso della parola, molti allattati lì in fila!), alcune bambine di 10 anni che andavano a recuperare i chili e chili di farina e fagioli per tutta la famiglia. Anche ragazzi e uomini, tutti in fila, con i loro sacchi lerci per ricevere il cibo.
E, nonostante tutto, sono disposti ad un sorriso, se gli chiedi "come va" (Habari, in swaili), ti rispondono "tutto bene" (Muzuri, se ti chiedono un po' di cibo in più e tu non puoi darglielo, ti sorridono comunque e dicono grazie lo stesso.
Il campo è davvero un piccolo paese, in fondo, c'è la scuola (tendoni, e immaginate quante centinaia di bambini vi siano ammucchiati, la maggior parte senza nemmeno un penna o un quaderno … imparano le cose ripetendole a voce alta), una specie di presidio medico, e una zona di mercato, con qualche verdura, vestiti usati, qualche pezzo di carne, un signore che ripara un po' di tutto e uno con la macchina da cucire.
La vita procede, insomma.
Però c'è da considerare con attenzione il fattore tempo: il primo campo in queste zone è stato costruito nel 1994, per accogliere i ruandesi in fuga dal genocidio, e da allora non sono mai stati chiusi del tutto. Il campo in cui sono stata io per la distribuzione è aperto da 2 anni, le ondate di profughi sono continue.
Non riesco davvero ad immaginare come si possa vivere per 2 anni, o magari molti di più, in questo schifo di fango, rifiuti, escrementi, mangiando riso e fagioli quando va bene e vivendo ammucchiati in una distesa senza fine di tende, senza lavoro, senza possibilità di nessun tipo...
Ho condiviso l'esperienza del campo profughi con la gente dei Balcani, io sempre per dieci giorni lì e loro per una vita intera, per quindici anni anche...
Ci sono delle cose che mi hanno sempre colpito dei profughi e che ho ritrovato precise anche qui.


 

I bambini per esempio, o il modo di tenere le case/capanne: alcuni, curati, puliti per quanto è possibile, che fanno i compiti aiutati dalla mamma o dai fratelli. Altri, abbandonati a sé stessi, sporchi e incrostati di mocciolo, che rovistano nella spazzatura e ti chiedono soldi. E così, c'è chi tiene la capanna più o meno sistemata, magari con un rozzo recinto, con i panni lavati e stesi ad asciugare, e chi non se ne cura affatto, ha il telone pieno di buchi e sporcizia ovunque...
È strano vedere come l'umanità reagisca in modo diverso alla difficoltà estrema di essere sfollati: alcuni, con grande dignità, si aggrappano all'esistenza per vivere e non sopravvivere, altri che evidentemente non ne hanno la forza.
Adesso che c'è stato il terremoto in Abruzzo e che le tendopoli sono anche a casa nostra, possiamo sentire ancora più forte la preoccupazione per chi deve vivere da "spostato"...
Molte cosa sono diverse, tra qui in Congo e lì in Italia, ma il dramma rimane identico.
Che il Signore li protegga tutti!

Daniela

 

 

Pagine del diario
 

 
Goma 7 febbraio 2009 - E io ho scelto Goma...

 

Goma 21 febbraio 2009 - La realtà che mi circonda...

 

Goma 7 marzo 2009 - Muzungu e cioccolata...

 

Goma 22 marzo 2009 - 8 Marzo... tra festeggiamenti e pensieri durissimi

 

Goma 4 aprile 2009 - Bambini. Soldati, ma comunque, veramente, bambini

 

Goma 17 maggio  2009 - Gli "Spostati"

 

Goma 31 maggio  2009 - Memorie, memoriali, vendette e riconciliazione...

 

Goma 21 giugno 2009 - Dietro le sbarre

 

Goma 18 settembre 2009 - Goma: un'estate diversa...

 


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