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Diari Africani
Goma - Repubblica
Democratica del Congo
4 aprile 2009
Bambini. Soldati, ma
comunque, veramente, bambini!
Una grossa fetta del progetto
che mi ha portato qui a Goma riguarda il lavoro che la
Caritas fa con i bambini soldato. Prima di partire ho letto
delle cose su questo tema, a Roma è stato organizzato un
convegno, e qui a Goma ho partecipato a molte riunioni, ho
letto dei rapporti, e così via.
Poi li ho visti, li ho guardati in faccia. E non è stato
come me lo aspettavo.
Come sempre lo studio, le parole, non riescono a "rendere"
quanto l'incontro diretto con le persone.
Mi aspettavo degli adolescenti, forti e di pessimo umore,
induriti dalla guerra. E invece mi sono trovata davanti dei
piccoletti, bambini di 11-12 anni con gli occhi dolcissimi,
vogliosi di giocare, che cercano coccole e solletico. E sono
bambini che fino ad un mese fa erano soldati, avevano in
mano un fucile, lavoravano come schiavi nei campi militari,
vivevano ogni giorno la violenza della guerra.
Il fenomeno dei bambini soldato è diffuso in molti paesi.
Vengono arruolati per fare i lavori pesanti, trasportare
cose ad esempio, o come sentinelle, ma anche come veri e
propri combattenti, perché si rendono meno conto dei
pericoli, hanno meno pretese, sono più malleabili e
disponibili a seguire gli ordini dei superiori.
Le storie di come sono finiti a fare i combattenti si
assomigliano tutte: durante l'attacco al villaggio, o
semplicemente per strada, magari di ritorno da scuola, sono
stati rapiti da truppe di passaggio, sono stati presi come
portatori, e una volta arrivati al campo militare non li
hanno lasciati tornare dalle famiglie, li hanno addestrati,
a volte drogati, e mandati a combattere e morire. Alla
famiglie non arriva più alcuna notizia.
C'è una piccolissima parte che si arruola "volontariamente",
ma è una volontà che deriva dalla povertà estrema, dal
desiderio di vendetta perché sono stati uccisi i familiari,
dal non vedere alternative possibili per la propria
esistenza.
Qui nell'Est del Congo i bambini soldato sono molti, e sono
presenti sia nei gruppi armati, i "ribelli", che
nell'esercito regolare, nonostante sia vietato da leggi
internazionali l'arruolamento dei minori di 16 anni.
Le organizzazioni umanitarie riconoscono la gravità del
problema e combattono l'arruolamento di tutti i minori di 18
anni. Qui a Goma ci lavorano la Caritas, delle ONG locali
sponsorizzate dall'UNICEF e delle ONG internazionali tipo "Save
the Children".
Il loro compito è innanzitutto quello di fare
sensibilizzazione e pressione sulle strutture militari
affinché i bambini siano rilasciati. Non è facile, perché
gli eserciti non amano ammettere di avere dei bambini tra le
loro fila, e soprattutto non amano rilasciarli se non
ricevono nulla in cambio.
Poi inizia la fase di reinserimento nella vita civile.
Immaginiamo il bambino, strappato con la forza alla sua vita
e alla sua famiglia, sottoposto a mesi, a volte anni, di
violenze fatte e subite, di paura e indottrinamento. Il suo
ritorno a casa, alla vita normale", deve essere
necessariamente accompagnato, sostenuto dal punto di vista
psicologico e materiale, in termini di ri-educazione, di
reinserimento scolastico, di avviamento ad una professione.
Per questo scopo vengono formate delle Famiglie di
Accoglienza Temporanea (FAT) e dei Centri di Transito ed
Orientamento (CTO), dove i bambini venuti fuori dalle
milizie passano alcuni mesi, prima di ricevere il loro
attestato di uscita definitiva dall'esercito ed essere
riaccompagnati in famiglia.
La Caritas di Goma gestisce 4 CTO, anzi tra una settimana ne
verrà aperto un quinto, che accolgono i bambini per un
massimo di 3-4 mesi. Vi si lavora con attività educative, di
reinserimento scolastico, di avviamento all'agricoltura ed
all'allevamento, e si effettua la ricerca della famiglie.
Abbiamo visitato, per una missione di supervisione, il
centro di Mweso, a 100 chilometri da Goma. Al momento ci
vivono 32 bambini, 3 educatori, le cuoche ed i guardiani. Il
Centro è nella struttura della parrocchia. Quando siamo
arrivati, di pomeriggio, giocavano a calcio nel campo della
chiesa, poi la sera dopo cena hanno cantato e fatto danze
tradizionali, la mattina dopo ci hanno mostrato i conigli,
il campo di cavoli, i dormitori, la sala dove fanno le
sessioni educative e l'alfabetizzazione.
Il più grande ha 16 anni, il più piccolo 11. Come dicevo,
guardandoli in viso si vede tutto il loro essere bambini, la
loro voglia di giocare, il desiderio di ritrovare la mamma,
di sentirsi al sicuro, di andare a scuola.
Ho pensato tanto ai nostri bambini, i fratelli, figli,
ragazzini del catechismo e del gruppo scout. Ho provato ad
immaginarmeli col kalashnikov in mano, scalzi, sotto la
pioggia. E non ci sono riuscita. In realtà non riuscivo
nemmeno ad immaginare i bambini di Mweso con l'uniforme
addosso, forse è una cosa talmente terribile che non si
riesce a concepirla davvero.
Eppure sento che è necessario pensarci, sentirlo come
problema che ci tocca da vicino, che ci riguarda perché
siamo noi che con i nostri telefoni cellulari abbiamo
bisogno del coltan che viene dalle miniere di qui, per il
cui controllo c'è la guerra, siamo noi in Italia a produrre
le armi leggere che anche i bambini riescono ad utilizzare,
siamo noi che ogni giorno permettiamo l'esistenza di un
mondo così malato.
Credo sia per questo che la Caritas di Roma ha lavorato
negli ultimi due anni sulla campagna di informazione e
sensibilizzazione "Lasciateci in pace! Siamo bambini!", che
si concluderà il prossimo 19 aprile con una festa a cui
siamo tutti invitati. È perché c'è bisogno che qualcuno ci
ricordi ogni giorno che non possiamo restare indifferenti,
magari non abbiamo la forza di cambiare tutto il mondo, ma
anche solo mettersi insieme per un piccolo cambiamento, è
già qualcosa di importante, può essere il nostro modo per
camminare verso Cristo.
Daniela
Pagine
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