Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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Pescosansonesco: un campo d'Amore
Esperienza estiva 2011 Gruppo "L'omo che cammina" (Camposansonesco - Pescara)
 

L’Uomo che cammina quest’estate s’è allontanato dalla Porziuncola, suo luogo abituale d’incontro, per raggiungere le alture di Pescosansonesco, “un nido di aquile, incredibilmente costruito sulla sommità di una rupe che sembra inaccessibile” (G. D’Annunzio), a 40 km da Pescara, nel parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.
Una manciata di uomini e donne in compagnia del co-viandante don Mauro s’è messa sulle Sue tracce per rileggere insieme una delle pagine più belle del vangelo di Luca, quella delle Beatitudini, appurando sin dai primi istanti che "la Verità non è un’idea ma una presenza. Nulla è presente fuorché l’amore. La verità: egli lo è per il suo respiro, per la sua voce, per il suo modo amorevole di contraddire le leggi di gravità, senza farci caso". (C. Bobin, L’uomo che cammina). Nel mentre, anticipazione e sintesi del ‘senso’ dei giorni a venire, un motivetto assai noto riecheggiava nell’aria…
…C’è un grande prato verde dove nascono speranze che si chiamano ragazzi, quello è il grande prato… dell’ostello Petra.

A onor del vero il prato proprio grande non è e il verde è quasi scolorito dal sole che picchia forte lassù, nonostante il gazebo attira-zanzare che lo copre pressoché tutto. Le speranze, però, quelle sì, vi sono approdate più o meno giovani, più o meno vivaci e riposte nello zaino dei viandanti in marcia con l’Uomo che cammina. 560 metri d’altitudine: un buon compromesso tra chi ama la montagna e chi un po’ meno, un buon punto di congiunzione tra la terra e il cielo, tanto lontano da quella da non sentirne più i fragori, così idealmente vicino a questo per lasciarsi alle spalle il rumore della quotidianità. Il cielo… Sia che tu fossi seduto da qualche parte o comodamente bivaccato sulla sdraio, sia in piedi, affacciato alla staccionata che dà sulla valle, o di corsa a far la spola tra la cucina e le camere, sempre quel cielo sapeva infonderti il sapore dell’eternità. E lì, sotto la volta luminosa del mattino scomposta solo dal vento frizzante che irrompeva senza bussare dalle finestre prive di tende, o rosa al tramonto, quando si compiaceva di specchiarsi sulle rocce di fronte, o di notte sotto il manto prezioso di stelle, lì, percepivi il tempo diverso delle montagne: imparare ad assecondarlo è stato il nostro primo esercizio "esicastico". Occorreva disperdersi qua e là e lasciarsi andare a quel ritmo per acquisire la saldezza di una roccia e sentirsi parte di essa, per diventare pietra e respirare la propria presenza; l’obiettivo poteva dirsi raggiunto con la consapevolezza di trovarsi lì per il semplice fatto di essere. Né il ronzio di mosca che di tanto in tanto giungeva a distogliere la meditazione, né il colorito bisbigliare di donna nell’orto vicino avevano un che di molesto; al contrario (e per me almeno), sapevano di tranquillità. Per quanto questa fosse poi increspata dal ricordo delle proprie mansioni, sia che tu fossi Pietro o Maria o Tommaso o Gesù che da buon uomo qual è ha lavato, cotto, "messato" e riposato a turno, come tutti o forse di più…
Ma anche il piangere su una cipolla (quante lacrime avrai versato, Serena??), il pelare patate o dar di matto nel girare una mega frittata di zucchine (Valerio e io potremmo illuminarvi a riguardo…), pur nel traffico a bollino rosso che ogni volta vi si creava, hanno fatto della cucina uno dei luoghi più amabili, echeggiante com’era di grasse risate. E se beati vuol dire essere felici, anche di una felicità - oserei dire - quotidiana, allora molti di noi avranno assaporato già tra i fornelli un po’ di beatitudine mentre, sotto gli occhi di Qualcuno, iniziavano ad avvolgersi i fili di quella fune chiamata relazione.

"In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i discepoli e ne scelse dodici. […] Disceso con loro si fermò in un luogo pianeggiante" (Luca 6, 12-17). Noi, sedici viandanti (pochi più, pochi meno), siamo ascesi sulle cime di Pescosansonesco proprio per sentirci spiritualmente e idealmente vicini a Lui, per accorrere in questi giorni d’agosto come un tempo la folla della Giudea, di Gerusalemme e di Tiro e Sidone a sentire la Parola rivoluzionaria, ad ascoltare che Dio ci ha chiamati alla gioia e vuole che la nostra gioia sia piena (Giovanni 15, 11), che la “buona notizia” è la presenza di Gesù che ci viene incontro e dona a ciascuno la forza per decidere nel cuore quel viaggio santo (Salmo 84, 6) di cui esemplifica Lui stesso, con la sua stessa vita, il percorso da seguire: "è lui la porzione, ed è lui che ti dona la porzione", come ricorda Gregorio di Nissa. Dunque, se per esser beati occorre vivere come pensiamo e pensare secondo il Vangelo, questo c’insegna che l’esser felici, per quanto possibile, non è un acquisto per sempre, va elaborato dentro di sé, nell’andirivieni di traguardi e cadute, di discese ardite e di risalite, come qualcuno cantava. E potrei aggiungere: "La felicità non è un casuale dono del destino: è meta. E va conquistata con umiltà e amore", che ho trovato or ora, mentre butto giù queste righe, su un libro dalla copertina arabescata (Arabesco, di P. Corsi) che giace sul mio scrittoio da un po’ e che non avevo ancora avuto il tempo di sfogliare. Davvero il caso non esiste…
Così ripenso a Corvara, il paesino poco distante dall’ostello che ci ha visti esploratori per una notte, nel saliscendi delle viuzze illuminate dal lume fioco dei lampioni e dal flash della Nikon/Canon di turno, guidati dal miraggio di una festa di paese di cui arrivavano l’odore di brace e l’eco di musica, e in parte delusi dal trovarvi solo un gruppo di persone, uniche abitatrici del posto, a gozzovigliare.
A pensarci, in fondo qualcosa del genere capita nelle nostre esistenze: affascinati da una meta che si crede desiderabile per sé, ci si affanna a cercarla per poi accorgersi che non è quella a farci contenti. Avremmo voluto trovarvi un locale o chissà cosa in quel posto abbarbicato al monte al punto che l’edera è meno tenace al confronto; invece, ci ha attratti e sbalorditi la gaiezza contagiosa di quei pochi, l’accoglienza gratuita che ha fatto di Alessandro l’ospite d’onore e lo sposo candidato di una fanciulla colombiana (non me ne volere Ale, ma l’aneddoto è troppo simpatico perché lo trascuri), la frugalità di certi istanti e il sapore delle piccole cose in cui trova spazio la Sua presenza.
Con gli occhi nei suoi occhi dinnanzi al suo Volto sul Velo di Manoppello tu, viandante, hai contemplato l’Uomo e sentito il peso della tua umanità, lo hai incontrato nelle povertà, nelle debolezze e le mancanze del tuo essere, ti sei sentito un po’ come la Samaritana al pozzo che finalmente chiede di bere, che finalmente vede placata la sua sete. E’ stato allora prezioso, di ritorno dal santuario, riscoprire il senso di un Dono, accogliere la bontà fragrante del Suo divenire corpo dato e sangue versato: nel silenzio della cappella umida, forse già in compagnia del ragno che si sarebbe manifestato di lì a qualche ora e delle onnipresenti zanzare, quel Pane, impastato dall’amore di più mani, ci ha sciolti in lacrime, tutti, anche se inespresse, con un gusto particolare per ciascuno, col sapore di comunione per ognuno. Eh sì, perché noi, Didimo senza gemello, abbiamo bisogno di un riscontro sensibile, di una prova tangibile per accogliere il mistero che si compie sotto i nostri occhi: Gesù che s’è donato totalmente in quel Pane toccato e scaldato nel palmo della mano, assaporato e poi custodito nell’intimo delle nostre coscienze. Penso a Tommaso e lo comprendo: il dito nelle ferite dei chiodi, la mano nella piaga del costato, ammesso che tutto ciò sia accaduto, altro non sono che l’anelito di ciascuno a dare concretezza alla propria fede, a sciogliere i dubbi e lo scetticismo che solo uno sguardo amorevole sa e può fare.
Beati quelli che pur non avendo visto crederanno

Nondimeno felici noi, quel giorno, per la gioia di una condivisione nata spontanea a dispetto del caldo rovente e prolungata in discesa, ciascuno col proprio gemello di marcia, sul sentiero disagevole che costringeva ora a fermarsi ora a schivare ciottoli ora ad accelerare il passo per un’improvvisa ripidità. La gioia di una condivisione che s’è protratta fino a sera, dinnanzi a un piatto di gnocchi senza patate e tra le golosità di una crema compiuta dopo la compieta, anemica ma gustosa per le risate che l’hanno addolcita, saporosa di frutta e di festa di compleanno: gli anni “00” di Antonella, quanti sarebbero stati se Federica non avesse intercettato il mio gesto maldestro nell’allestimento dei bicchieri... Auguri sinceri e preludio alla festa della domenica, cadenzata al mattino dal suono delle campane gioiose per le nozze giù in paese, echeggiante della beatitudine di Simone nuovo Pietro, gremita di sguardi interroganti nel faccia a faccia col proprio ‘sfidante’ sul selciato ombroso della chiesa; scoppiettante di risa per le goffaggini di certe messe in scena cinematografiche, per la caccia ai pipistrelli e al topino di montagna, nostri amici della sera.
Dopo e accanto a Gesù, Tommaso e Pietro, alle loro beatitudini e al ‘senso’ di queste per noi, è giunto il giorno di Maria che c’ha pervasi col suo odore di santità, lei tre volte beata, lei che tutte le generazioni chiameranno beata a motivo della sua fede nell’adempimento della Parola.
Ave stella del mattinoConsolatrice degli afflittiRegina del rosario
Ce ne siamo costruiti uno proprio nel giorno dedicato a te, Maria, con le nostre impronte sulla croce, con i grani di legno infilati ad uno ad uno sul cordoncino nero che si sfilacciava spesso costringendo a ripetere tutto da capo, foss’anche per aggiungere un grano scivolato dalle mani o reinserire una decina omessa per distrazione… Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura tu, che sotto lo sguardo benevolo di Dio hai creduto all’adempimento della sua Parola, c’insegni lo slancio di una fede fatta di abbandono e di mistero e nondimeno di difficoltà e contraddizioni. Tu che l’umana natura nobilitasti sì, che ’l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura ci mostri il modello di una beatitudine che passa per la nostra umanità, con i suoi entusiasmi e le sue ritrosie, con le sue povertà e le sue false ricchezze, con la sua fame e quella sazietà da temere quando porta all’illusione di autosufficienza o all’orgoglio e all’arroganza di sentirsi arrivati.

E allora davvero grazie a Dio per i giorni trascorsi perché, gomito a gomito, il profumo dell’altro ci ha pervasi, la naturalezza delle situazioni ha sciolto le nostre durezze e smascherato i lati d’ombra o al contrario illuminato la ricchezza del nostro essere, i vizi di gola o la sensibilità a certe punture d’insetti (…e di parole). "Per comprendere una vita bisogna conoscerne il principio" sussurra Maria, gli occhi sempre ridenti, nel film “Io sono con te”; così, in ciabatte e senza corazze difensive l’umanità di ciascuno ha incontrato quella degli altri e dall’incontro, poi, son scaturite le verifiche assieme alle speranze, al proposito di fare e all’impegno nel dare, perché è necessario ascoltare la Parola e tradurla nel concreto per costruire in solidità e durevolezza.C’è bisogno di muoversi per essere beati (ormai sappiamo che beato, in ebraico ASHER, significa “vai, muoviti”)…
E l’Uomo che cammina, sceso dal monte, riprenderà il suo cammino, nella certezza che la strada si apre, passo dopo passo…

Alinalaura D.


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