Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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SACERDOTI CHE NON FANNO NOTIZIA
 
Lettera al New York Times di un missionario dell'Angola


 

Con la Santa Messa in Piazza San Pietro, l'11 giugno scorso Benedetto XVI ha chiuso l'Anno Sacerdotale. Uno speciale anno giubilare (indetto in occasione del 150° anniversario della nascita di Giovanni Maria Vianney, Santo Patrono di tutti i parroci del mondo) in cui la Chiesa di tutto il mondo ha contribuito "a promuovere l'impegno d'interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi".
Un anno tuttavia molto difficile per i nostri sacerdoti, esposti più che mai ad una campagna mediatica che ha offuscato la credibilità della Chiesa tutta agli occhi delle persone. Le infedeltà gravissime di taluni membri del clero, infatti, sono diventate attacchi e accuse generalizzate che hanno gettato il sospetto su tutti, oscurando il sacrificio silenzioso e quotidiano di migliaia e migliaia di sacerdoti impegnati in ogni angolo, anche il più remoto e dimenticato, del mondo.
Un anno dove ha fatto certamente più rumore "un albero che cade che una foresta che cresce"... un anno dove certamente nei mass media è mancata un'opera di Verità.

E proprio in nome di questa verità abbiamo pensato, alla fine di questo lungo anno, di proporvi un articolo pubblicato dall'Agenzia di Informazione Internazionale Zenit che riprende una lettera scritta al New York Times da un missionario salesiano uruguayano.

 

Un pensiero, questo, dedicato a tutti i sacerdoti, in particolare a quelli della nostra comunità parrocchiale. Un piccolo contributo alla Verità... una verità che anche noi, ogni giorno, nella nostra chiesa, nelle sale del catechismo, nelle strade del nostro quartiere, possiamo riconoscere.

 

 

 

 

"Mi sento felice e orgoglioso
della mia vocazione sacerdotale
"

 

"Sono un semplice sacerdote cattolico. Mi sento felice e orgoglioso della mia vocazione. Vivo da vent'anni in Angola come missionario".
Inizia così una lettera che il missionario salesiano uruguayano Martín Lasarte ha inviato al New York Times senza ottenere risposta. Nel testo, spiega l'opera silenziosa a favore dei più sfortunati svolta dalla maggior parte dei sacerdoti della Chiesa cattolica, che però "non fa notizia".
Nella lettera, che ha girato a Zenit, padre Lasarte esprime i suoi sentimenti di fronte all'ondata mediatica sollevata dagli abusi di alcuni sacerdoti, mentre sorprende lo scarso interesse che suscita nei media il lavoro quotidiano di migliaia e migliaia di presbiteri.
"Mi provoca un grande dolore il fatto che persone che dovrebbero essere segni dell'amore di Dio siano stati un pugnale nella vita di persone innocenti. Non ci sono parole che possano giustificare atti di questo tipo. La Chiesa non può che stare dalla parte dei deboli, dei più indifesi. Tutte le misure prese per la protezione della dignità dei bambini, quindi, saranno sempre una priorità assoluta", afferma nella sua lettera.
Ad ogni modo, aggiunge, "è curioso constatare quanto poco facciano notizia e il disinteresse per migliaia e migliaia di sacerdoti che si consumano per milioni di bambini, per gli adolescenti e i più sfortunati nei quattro angoli del mondo".

"Penso che al vostro mezzo informativo non interessi il fatto che io abbia dovuto trasportare su percorsi minati nel 2002 molti bambini denutriti da Cangumbe a Lwena (Angola), perché il Governo non si rendeva disponibile e le ONG non erano autorizzate; che abbia dovuto seppellire decine di piccole vittime tra gli sfollati della guerra e i ritornati; che abbiamo salvato la vita a migliaia di persone a Moxico con l'unico posto medico in 90.000 chilometri quadrati, o che abbia distribuito alimenti e sementi; o che in questi 10 anni abbiamo dato un'opportunità di istruzione e scuole a più di 110.000 bambini", sottolinea.

"Non interessa che con altri sacerdoti abbiamo dovuto far fronte alla crisi umanitaria di circa 15.000 persone negli alloggi della guerriglia, dopo la loro resa, perché gli alimenti del Governo e dell'ONU non arrivavano", aggiunge.
Il sacerdote cita poi una serie di azioni compiute da suoi compagni, spesso rischiando la vita, che vengono ignorate dai media.

"Non fa notizia che un sacerdote di 75 anni, padre Roberto, di notte percorra le vie di Luanda curando i bambini di strada, portandoli in una casa di accoglienza perché si disintossichino dalla benzina, che alfabetizzi centinaia di detenuti; che altri sacerdoti, come padre Stefano, abbiano case in cui i bambini picchiati, maltrattati e violentati cercano un rifugio, e nemmeno che fr. Maiato, con i suoi 80 anni, vada casa per casa per confortare i malati e i disperati".

"Non fa notizia che più di 60.000 dei 400.000 sacerdoti e religiosi abbiano abbandonato la propria terra e la propria famiglia per servire i fratelli in lebbrosari, ospedali, campi di rifugiati, orfanotrofi per bambini accusati di stregoneria o orfani di genitori morti di Aids, in scuole per i più poveri, in centri di formazione professionale, in centri di assistenza ai sieropositivi... e soprattutto in parrocchie e missioni, motivando la gente a vivere e amare".

"Non fa notizia che il mio amico padre Marcos Aurelio, per salvare alcuni giovani durante la guerra in Angola, li abbia portati da Kalulo a Dondo e tornando alla sua missione sia stato ucciso a colpi di mitragliatrice; che fr. Francisco e cinque catechiste siano morti in un incidente mentre andavano ad aiutare nelle zone rurali più sperdute; che decine di missionari in Angola siano morte per mancanza di assistenza sanitaria, per una semplice malaria; che altri siano saltati in aria a causa di una mina, mentre facevano visita alla loro gente. – prosegue padre Lasarte – Nel cimitero di Kalulo ci sono le tombe dei primi sacerdoti che giunsero nella regione... Nessuno aveva più di 40 anni".

"Non fa notizia accompagnare la vita di un sacerdote ‘normale’ nella sua quotidianità, nelle sue difficoltà e nelle sue gioie, mentre consuma senza rumore la sua vita a favore della comunità che serve".

"La verità è che non cerchiamo di fare notizia, ma semplicemente di portare la Buona Novella, quella notizia iniziata senza rumore la notte di Pasqua. Fa più rumore un albero che cade che un bosco che cresce", sottolinea. "Non pretendo di fare un'apologia della Chiesa e dei sacerdoti. Il sacerdote non è né un eroe né un nevrotico. E' un semplice uomo, che con la sua umanità cerca di seguire Gesù e di servire i fratelli. Ci sono miserie, povertà e fragilità come in ogni essere umano; e anche bellezza e bontà come in ogni creatura...".
"Insistere in modo ossessivo e persecutorio su un tema perdendo la visione d'insieme crea davvero caricature offensive del sacerdozio cattolico in cui mi sento oltraggiato", afferma. "Amico giornalista, le chiedo solo di cercare la Verità, il Bene e la Bellezza. Ciò la renderà nobile nella sua professione", conclude.

 

Nieves San Martín

Luanda, 25 maggio 2010 - Ag. ZENIT
 


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