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Domenica 27 Settembre 2009
Festa di ringraziamento al
Signore
per la presenza in questi anni di Don Enrico nella nostra
Comunità
Io ringrazio il mio Dio di
tutto il ricordo che ho di voi; e sempre, in ogni mia
preghiera per tutti voi, prego con gioia a motivo della
vostra partecipazione al vangelo, dal primo giorno fino a
ora. E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi
un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di
Cristo Gesù. Ed è giusto che io senta così di tutti voi,
perché io vi ho nel cuore, voi tutti che, tanto nelle mie
catene quanto nella difesa e nella conferma del vangelo,
siete partecipi con me della grazia. Infatti Dio mi è
testimone come io vi ami tutti con affetto profondo in
Cristo Gesù. E prego che il vostro amore abbondi sempre più
in conoscenza e in ogni discernimento, perché possiate
apprezzare le cose migliori, affinché siate limpidi e
irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di
giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e
lode di Dio.
Con queste parole Paolo si rivolge agli abitanti di Filippi
per esprimere la sua gioia e la sua riconoscenza verso Dio,
per la bellezza dell'opera che Egli ha compiuto per mezzo
suo in quella comunità e continuando a pregare per loro
affinché crescano sempre di più in quella divina conoscenza
e discernimento che manifesta la sua autenticità in atti di
amore.
Con queste parole, domenica 27 settembre durante la
Celebrazione Eucaristica parrocchiale delle 10.30, Don
Enrico, nostro Parroco, Padre e Pastore per cinque anni, ha
salutato, ringraziato, pregato per la sua Comunità.
Come è nel suo stile, il suo saluto è stato semplice,
efficace, di poche parole e diretto al cuore di ciascuno.
Non si è trattato di un addio. Si è trattato di un grazie
vicendevole che la Comunità ha reso al suo pastore e che
egli ha reso alla sua comunità, entrambi inseriti nel
rendimento di grazie maggiore, quello al Padre, per aver
concesso di percorrere insieme questo tratto di strada verso
di Lui. Si è trattato di un augurarsi a vicenda buon
cammino, sulle strade che verranno e sulle quali Dio vorrà
chiamarci, accanto ai fratelli che ci farà trovare. Si è
trattato di un pregare insieme il Padre affinché renda
ciascuno consapevole delle realtà nelle quali si trova
immerso e gli conceda la grazia di guardare con gli occhi di
Cristo, amorevoli e pieni di carità, alle necessità dei
fratelli. Tutti i fratelli.
E quale modo migliore di ringraziare se non quello di fare
Eucaristia?
Tutta la comunità, giovani, adulti, anziani, bambini,
ascoltando la Parola proclamata, rispondendo a una voce sola
alle preghiere, cantando con tono di festa la lode a Dio,
diventando Uno nella Comunione, si è stretta nel saluto
affettuoso a Don Enrico.
Prima di iniziare a lavorare in un altro filare della Vigna,
egli ci ha parlato del nuovo Ministero che intraprenderà e
ci ha lasciato in eredità alcune parole del Vangelo di
Matteo, come una consegna.
Don Enrico è ora Direttore della Caritas Diocesana di Roma:
un direttore, ci ha detto, può essere anche molto bravo e
conoscere bene il suo compito, ma se manca di musicisti
attenti, competenti, che sappiano dar voce ai singoli
strumenti, la sinfonia non prenderà corpo. Con questa
immagine, Don Enrico ha voluto raccontarci il modo in cui
vede la missione che il Signore gli ha affidato, al servizio
dei poveri e degli ultimi: come ha dimostrato in questi anni
vissuti nella nostra Comunità da Parroco, egli continuerà a
lavorare al servizio nella collaborazione, cercando di
coordinare in un solo coro le tante voci delle persone che
lavoreranno fianco a fianco con lui. Vedere il mondo con gli
occhi di Cristo dovrebbe diventare poco alla volta uno
stile, una modalità comune, e acquistare forza, diventando
motore di cambiamento vero, come il lievito nascosto nella
pasta: dovremmo tornare a farci lievito, al modo che fu
possibile ai primi Apostoli, fino a che tutta la pasta non
torni a lievitare nuovamente come allora.
La consegna che Don Enrico ci ha lasciato riguarda, ancora
una volta, una modalità dell'essere uomini e dell'essere
Cristiani:
Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato?
O ignudo e ti abbiamo rivestito? E quando ti abbiamo visto
infermo, o in prigione e siamo venuti a visitarti? E il Re,
rispondendo, dirà loro: In verità vi dico: tutte le volte
che l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli,
l'avete fatto a me.
La preghiera, l'augurio, l'esortazione è dunque
quella di aprire gli occhi, di imparare a vedere e a vedere
con gli occhi di Gesù la realtà che ci circonda. Non solo.
L'invito è di vedere il volto di Gesù in tutti i volti che
incontriamo. E una volta visto questo, essere solerti,
pronti ad agire, a fare. Come il buon samaritano fa, nel
brano di Luca che ha accompagnato il nostro cammino
comunitario per tanto tempo.
Alla fine dell'Eucaristia c'è stato un simbolico e
affettuoso "passaggio di consegne" tra Don Enrico e Don
Mauro, nostro nuovo Parroco.
All'inizio della Celebrazione, senza celare la commozione,
nella spontaneità e nella freschezza che lo
contraddistinguono, Don Enrico aveva usato queste parole per
descrivere questo passaggio di testimone, questa consegna di
eredità:
Io non sono più parroco, ma affidandovi nelle mani di Don
Mauro, che farà sicuramente meglio di me, io vi lascio… il
mio cuore!
E don Mauro, un Figlio che diventa Padre, facendosi voce di
noi tutti, ha ringraziato e pregato prendendo a prestito
l'esperienza di Francesco e servendo si della profondità
delle riflessioni di don Andrea Santoro:
In una parrocchia fondata dai francescani, dove sopra le
nostre teste si legge Mio Dio e mio tutto, abbiamo fatto in
parte l'esperienza di Francesco che mi permetto adesso di
rileggere assieme volendola applicare al tuo futuro: E
dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi
mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi
rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo.
E il Signore disse a Francesco: Ripara la mia casa.
La casa è ciascuno di noi e poi la Chiesa, la Comunità.
E' presuntuoso pensare di non avere in noi stessi crepe,
brecce, mattoni traballanti e di non trovarne accanto
o di fronte… Non ho dubbi nel pensare che anche tu sia
chiamato a sostenere questa Chiesa traballante.
La Chiesa come ciascuno di noi ha le sue ferite, le sue –
come diceva Don Andrea Santoro – trafitture: Faccio anche
io i conti con le trafitture quotidiane, quelle che mi
vengono da fuori e quelle che mi vengono da dentro. La
battaglia per rimanere fedele alla preghiera, alla castità,
alla povertà, la battaglia per amare anche quando la
mancanza di rispetto o il disprezzo ti offende, la battaglia
di credere all'unità e alla comunione anche quando ti sembra
di essere dimenticato o insorgono contrasti. L'impegno a
rimanere "finestra" aperta anche quando ti sembra di
incontrare muri o porte sbarrate. Ma tutto questo che lì per
lì mi fa male, mi riempie di gioia e di pace. Mi mette in
cuore di voler continuare, mi fa sembrare utile questa
presenza proprio perché accompagnata dalla croce di Gesù e
dal desiderio di un amore a oltranza.
Infine la comunità ha voluto regalare un piccolo segno,
assecondando anche i desideri don Enrico, al quale piacciono
le cose piccole, che ritiene molto importanti: accompagnato
da una danza di ringraziamento di origine congolese, un
giovane della nostra comunità ha portato all'altare un
leggìo in legno. Il giovane è Fra' Fabio, una ragazzo che
tornando a Francesco ha fatto una scelta di consacrazione.
Sul leggio sono incise a mano un'immagine e una frase del
Vangelo a Don Enrico particolarmente cari, quelli che
parlano del Sicomoro.
Il Sicomoro è l'albero salendo sul quale Zaccheo riesce a
vedere Gesù in volto.
Don Enrico è stato sicomoro per tanti di noi e si è messo al
servizio per permetterci vedere il Signore.
Che possa continuare ad esserlo, dove ora il Signore lo
chiama, avendo insegnato a noi l'importanza di essere
sicomoro gli uni per gli altri!
Intervento di Don Mauro
Cianci
Questa non è un stata una
Messa di saluto ma di ringraziamento, un fare appunto
"eucarestia" come tante volte ci hai insegnato tu, un
rendimento di grazie per il tempo passato assieme...
No, non è esatto. E' per il tempo che tu hai passato assieme
a noi con un servizio ben preciso: essere Parroco…
Perché questo non è un addio… Perché dovremmo salutarti? Si
saluta chi va via, chi parte, chi lascia… Ma tu sei qui,
sarai qui… E 'ndo vai!
Siamo noi la tua parrocchia, la tua famiglia… Questa mi
scappa proprio e lo devo dire… Sono io il tuo parroco!!!!
Come Parroco ti ricordo – come se tu non lo sapessi – che
quest'anno ricorrono i 75 anni dalla posa della prima
pietra. Orlando scriveva che era "troppo nova pe
definisse antica e troppo vecchia pe esse ultramoderna".
Però 75 anni adesso li compie…
Dio chiese ad Abramo proprio quando lui aveva l'età di
settantacinque anni di lasciare Carran per un paese
sconosciuto.
E Abramo prese tutte le persone che si era procurate e partì.
Abramo e i suoi partirono con le loro tende. È una chiamata
comunitaria, collettiva, familiare la nostra: noi tutti il 4
ottobre, come comunità, compiremo settantacinque anni. Noi
qui, in questo territorio. E tu non solo qui ma anche dove
il Signore ti ha voluto e al quale tu, con l'obbedienza che
ti ha sempre contraddistinto, hai risposto alla sua chiamata
"volentieri" come mi hai scritto in un messaggio nei
giorni frenetici subito dopo le varie nomine: "Te lo dico
con sincerità. Penso che il Signore mi darà tante
consolazioni. Metto a disposizione con gioia i miei ultimi
anni di servizio per i poveri".
E a proposito di chiamate… quando mi hai chiamato a stare
con te – sono cresciuto per la contentezza di dieci
centimetri, prima ero come Dante - e siamo arrivati qui è
iniziata un'avventura incredibile. Mi sembra di aver
percorso chilometri e di avere ancora il fiatone.
E in una parrocchia fondata dai francescani, dove sopra le
nostre teste si legge "Mio Dio e mio tutto", abbiamo fatto
in parte l'esperienza di Francesco che mi permetto adesso di
rileggere assieme volendola applicare al tuo futuro.
E dopo che il Signore mi
dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi
fare,
ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo
la forma del santo Vangelo.
E dopo che il Signore mi
dette dei fratelli… La prima preoccupazione del Padre
verso di noi è quella della Genesi: "Non è bene che
l'uomo sia solo". Il Signore non ti lascia mai solo –
quante volte me lo hai ripetuto – e ci mette accanto gli
altri. Così come ci siamo trovati attorniati da tanta gente
di buona volontà vuoi che Lui non doni anche a te nuovi
fratelli? Ricordi Don Carlo, il nostro parroco? "Fate
tutte le cose assieme". Questo assieme è fatto di
persone, di desideri, di attese, di collaborazione e
corresponsabilità
Nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare ma lo stesso
Altissimo me lo rivelò... Francesco si mette in ascolto,
in preghiera Non è facile entrare in un meccanismo rodato o
magari arrugginito… E che fai? Ancora una volta uso parole
tue. "Preghi… Abbassi la testa, allarghi le narici, un
sospiro… Se serve uno sbuffo, uno o più calci con la scarpa
per terra e parti… quello che succede succede…".
Preghi… Il tuo illustre predecessore – non don Guerino
ovviamente ma Don Luigi di Liegro - diceva: "La preghiera
che preferisco non è certo la contemplazione fuori dalla
vita di tutti i giorni. Quando mi trovo davanti un ammalato,
un barbone, un immigrato, cerco la presenza di Cristo: lì
trovo la mia vera preghiera".
E ancora San Francesco: che dovevo vivere secondo la
forma del santo Vangelo questa è la regola… Il Santo
Vangelo, perciò l'ascolto della Parola di Dio che non è solo
sacra Scrittura ma la parola fatta carne, il Signore che si
concretizza nelle persone… Soprattutto nei più poveri. Mi
permetto di ricordarti – come tu ben sai - il canto d'inizio
preso da Isaia 62: "Per amore di Sion non mi terrò in
silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finchè
non sorga come stella la tua giustizia".
E' il Vangelo che ci spinge a denunciare, a gridare, ad
agire anche se si diventa scomodi.
E il Signore disse a Francesco… Lo dice a ciascuno di
noi quando ci fermiamo di fronte al Crocifisso… Ripara la
mia casa. Come ho detto domenica scorsa, Francesco crede
di dovere fare il muratore ma poi si rende conto che la
prima casa da riparare è lui stesso, la sua vita. La casa è
ciascuno di noi e poi la Chiesa, la Comunità.
E' presuntuoso pensare di non avere in noi stessi crepe,
brecce, mattoni traballanti e di non trovarne accanto o di
fronte… Quante volte ne avevamo parlato con Teresa… Il
Signore ci manda dove serve e se a San Giovanni, davanti
alla Basilica e al tuo ufficio c'è la statua del tuffatore,
San Francesco nel gesto di sorreggere la Chiesa, non ho
dubbi nel pensare che anche tu sia chiamato a sostenere
questa Chiesa traballante. La Chiesa come ciascuno di noi ha
le sue ferite, le sue – come diceva Don Andrea Santoro –
trafitture:
Faccio anche io i conti con le trafitture quotidiane,
quelle che mi vengono da fuori e quelle che mi vengono da
dentro. La battaglia per rimanere fedele alla preghiera,
alla castità, alla povertà, la battaglia per amare anche
quando la mancanza di rispetto o il disprezzo ti offende, la
battaglia di credere all'unità e alla comunione anche quando
ti sembra di essere dimenticato o insorgono contrasti.
L'impegno a rimanere "finestra" aperta anche quando ti
sembra di incontrare muri o porte sbarrate. Ma tutto questo
che lì per lì mi fa male, mi riempie di gioia e di pace. Mi
mette in cuore di voler continuare, mi fa sembrare utile
questa presenza proprio perché accompagnata dalla croce di
Gesù e dal desiderio di un amore a oltranza.
Perciò questa è una messa di augurio e preghiera. Che tu
possa continuare ad amare come hai sempre fatto: sine
modo - senza misura. Perché se la Chiesa di Roma
presiede nella Carità e quindi è segno privilegiato
dell'amore di Dio nel mondo allora questo amore deve essere
senza misura, sempre, e Lui che ti spinge… E per uno che è
Direttore della Caritas…
E ancora… Preghiera per il tuo presente e futuro sapendo che
noi siamo qui e tu sei qui con noi. Preghiera di continuare
ad essere il Sicomoro che avevi nel tuo ufficio. Sai… detto
da me… Sei sempre stato il mio Sicomoro. Se non ci fossi
stato tu, il Signore… e chi ce sarebbe arrivato a vedello…
Per questo la Comunità, assecondando i tuoi voleri, non ti
ha fatto un regalo grande ma un piccolo segno, sapendo
proprio quanto le cose piccole - senti chi parla - siano
importanti per te. Un segno accompagnato da tanti altri: una
danza di ringraziamento che abbiamo finalmente scoperto
essere di origine congolese, un leggìo con il sicomoro e la
frase del Vangelo incisa sopra, e soprattutto uno dei tuoi
figli che – tornando a Francesco – ha fatto una scelta di
consacrazione.
Certo… Mica potevo essere serio fino alla fine. Sono solo 27
giorni che sono Parroco. Questi sono e – come dice Renato
Zero – resteranno i migliori anni della nostra vita.
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