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Perché Fermarsi?
Testimonianze e dialogo intorno al tema “Amore per la Vita e
Malattia”
Apre
l’incontro il moderatore Gianni Gennari, vaticanista, con un
piccolo aneddoto tratto dalla sua infanzia: entrato in coma
per una meningite, considerato senza speranza dai medici,si
salvò per la determinazione e la capacità di non arrendersi
della madre. Ricorda che nell’ottica cristiana la vita non
appartiene a se stessi e non termina nel momento della
morte, e denuncia come alcuni mostrando di combattere per
difendere diritti altrui in realtà non desiderino altro che
rendere l’Uomo padrone di vita e morte.
Nel cedere la parola al Dott. Melazzini,medico e presidente
nazionale dell’ AISLA (Associazione Italiana Sclerosi
Laterale Amiotrofica), egli stesso affetto da sclerosi
laterale amiotrofica (SLA),gli domanda in nome di chi e di
che cosa non si sia fermato dopo aver saputo la diagnosi.
Il medico spiega brevemente in cosa consista e come agisca
la SLA: è una malattia neurodegenerativa che colpisce i
motoneuroni impedendo progressivamente al malato ogni
movimento dei muscoli volontari (quindi parlare,utilizzare
gambe e braccia, respirare autonomamente, deglutire…), ma
lascia inalterate le capacità cognitive; fino a qualche anno
fa la speranza di vita per persone affette da SLA non
superava i tre anni e mezzo, mentre oggi con una assistenza
adeguata si vive più a lungo.
Nel raccontare il suo incontro con La Signora (così egli
chiama la sua malattia), quattro anni or sono, non nasconde
i momenti di crisi, l’iniziale allontanamento dagli amici,
dalla famiglia e dalla chiesa (che frequentava
dall’adolescenza) pur continuando a pregare in privato.
Racconta
come abbia cercato di concentrarsi sul lavoro ed “avvicinare
l’evento”: trascorso il primo anno si ritrova solo, sulla
carrozzella, con la mano sinistra ferma, intento a prendere
informazioni sul “suicidio assistito” presso cliniche
svizzere. Si ferma in tempo e su consiglio del proprio padre
spirituale si allontana per un lungo periodo dalla sua
quotidianità e dal lavoro portando con sé la Bibbia per
leggere il libro di Giobbe. Rimase quattro mesi solo con la
malattia, la badante, la bibbia e le montagne: in un primo
momento incontrò grandi difficoltà e sofferenze, lo stretto
contatto con la malattia che aveva tentato di ignorare, la
convivenza e la necessità di essere aiutato da una persona
sino ad allora sconosciuta, il libro di Giobbe che
continuava a rileggere senza capire, quelle montagne che
aveva scalato e che ora guardava dal basso. Poi con il
passare dei giorni la svolta, accorgersi che le montagne
sono belle a vedersi anche dal basso, afferrare quanto
Giobbe avesse capito il senso della vita, ritrovare
anch’egli la voglia di ricominciare a vivere e decidere di
non fermarsi, scoprire che la malattia lo fa sentire
fortunato come uomo e come medico.
Come uomo infatti ha scoperto nella malattia la misteriosità
della sua personalità, e si è reso conto che la SLA “è una
malattia drastica ma almeno il cervello funziona”, quindi
gli consente di continuare il suo lavoro (“tutto quello che
serve per fare il medico è il cervello”, afferma) circondato
dall’affetto della sua famiglia. Come medico è convinto che
i suoi quattro anni da paziente siano valsi più di ogni
studio di medicina per comprendere quale debba essere il
corretto rapporto medico-paziente e medico-famiglia del
paziente, in quanto la SLA non colpisce l’individuo, ma
l’intero nucleo familiare.
Nell’affrontare
la sclerosi laterale amiotrofica da medico inoltre si
accorge che non vi è adeguata informazione riguardo ciò cui
si va incontro, e soprattutto il paziente nella maggior
parte dei casi
non riceve ascolto.
Prosegue constatando che spesso chi chiede di morire in
realtà è fortemente condizionato dal venir meno della
propria dignità, da un errato atteggiamento del medico
curante e dei familiari, in sintesi dal fatto che forse non
sono stati messi in atto tutti i meccanismi per consentirgli
di star bene, primo tra tutti ciò che il Dott. Melazzini
chiama “Terapia della dignità”, ovvero la capacità di far
ritrovare al paziente la sua dignità nello sguardo del
curante. Sottolinea inoltre che nonostante alcuni pazienti
chiedano di morire molti di più sono quelli che chiedono
aiuto per vivere ma non fanno altrettanto notizia, per
questo lui ed alcuni suoi colleghi hanno redatto un
documento per sostenere la necessità di assistenza globale
al malato in termini di cure, trattamenti e sostegno contro
l’abbandono,l’accanimento ed il ricorso all’eutanasia, dal
significativo titolo “Per il coraggio di vivere e di far
vivere” , che verrà presentato al legislatore nazionale, il
quale si sta interessando a progetti di legge sulla “morte
assistita” ( chi volesse leggere il documento e sostenerlo
con la propria firma può visitare il sito
www.centrodibioetica.it).
Il
Professore conclude il suo intervento mostrandosi convinto
che la vita sia un dono, e la sofferenza un mezzo per
confrontarsi con la realtà. Non si sente malato, ha la
malattia e cammina insieme a lei.
Nel passare la parola al sig. Francesco Napolitano,
Presidente dell’Associazione “Il Risveglio”, il moderatore
riprende quanto sostenuto dal Dott. Melazzini sulla
necessità di assistere la persona, rispettare la sua
coscienza ed attivare le nostre.
Il
Sig. Napolitano illustra l’attività svolta dall’Associazione
di cui è Presidente: si occupano di assistere persone con
gravi danni cerebrali (per la maggior parte causati da
incidenti stradali) durante le fasi di coma, stato
vegetativo ed (eventuale) risveglio. Insiste sulla
differenza tra stato comatoso, durante il quale la persona è
totalmente incosciente, e stato vegetativo, in cui l’individuo
autogestisce l’alternanza sonno-veglia. Se ci si trova in
stato comatoso non vi è alcuna possibilità di relazionarsi
con l’esterno, mentre lo stato vegetativo può evolversi in
una situazione di minima responsività in cui il paziente è
in grado di dare risposte elementari con il movimento anche
di un solo muscolo. Purtroppo la scienza non è in grado di
dire se e quando persone in coma o in stato vegetativo
possano risvegliarsi.
Napolitano
sottolinea con forza il bisogno della persona in stato
vegetativo del contatto fisico e spirituale
con la sua famiglia ed i suoi amici, e di strutture adeguate
in cui sia il paziente che la sua famiglia possano
essere seguiti ed aiutati.
Per meglio
spiegare quanto faticoso ma ricco di amore e soddisfazione
sia il
“lavoro” di chi, come i membri
dell’Associazione, rimane accanto a persone con gravi danni
cerebrali anche durante le fasi di ritorno alla quotidianità
dopo il risveglio, porta a testimonianza i progressi del
figlio Edoardo che, entrato in coma dieci anni fa a causa di
un incidente, si è svegliato e sta affrontando un percorso
riabilitativo supportato dall’affetto della sua famiglia e
dei suoi amici.
Conclude l’incontro Gennari constatando che dalle testimonianze
ascoltate emerge quanto siano importanti per l’Essere Umano
dignità e speranza ed affermando che “anche vicino alla
morte abbiamo più futuro che passato”: forse per questo è
giusto Non Fermarsi.
Riproponiamo di
seguito un
articolo pubblicato sul sito
www.lavoceditutti.it
scritto da Giada Falazzari
in occasione dell'incontro organizzato dalla nostra
Parrocchia dal titolo
"Perchè fermarsi? Testimonianze e
dialogo intorno al tema dell'amore per la vita e della
malattia" che ha visto come ospiti e relatori il
vaticanista Gianni Gennari, l'Avvocato Francesco Napolitano,
presidente dell'Associazione Il Risveglio, e il Prof. Mario
Melazzini, affetto da sclerosi laterali amiotrofica.
La
vita è un dono, "perchè fermarsi"?
di Giada Fazzalari
(www.lavoceditutti.it)
Ha
fatto il suo ingresso nella Tensostruttura della Parrocchia
di Sant’Ippolito, a Viale delle Province, nel III Municipio
di Roma, circondato da decine di persone che lo hanno
accolto con scroscianti, lunghissimi applausi.
Mario Melazzini, la chiama la “signora”, la malattia che lo
ha sorpreso quattro anni fa, quando la sua carriera di
medico primario di oncologia della Fondazione “Salvatore Maugeri” di Pavia, era brillante, quando ancora, nel pieno
delle sue capacità fisiche e motorie, entrava nelle camere
degli ammalati, in camice bianco, a dettare diagnosi e
terapie. Il Professor Melazzini lotta contro una malattia
che non trova possibilità di cura, la Sla, Sclerosi
Laterale Amiotrofica, una malattia neurodegenerativa che lo
costringe ad una sedia a rotelle. Aveva accusato i primi
dolori ad una gamba sinistra, quando era a lavoro. Non aveva
voluto “ascoltare” quei disturbi e “prenderli di petto”, aveva
trovato, nella fuga, il suo modo di difendersi dalla
malattia.
Da quel momento, la sua vita subisce un’evoluzione e, paradossalmente,
le parti
si erano invertite, il
medico era diventato un paziente. In un momento del genere,
in cui tutto gli sembrava non avere più un senso, trova
l’appoggio di un amico fraterno e di un padre spirituale,
che gli consiglia la lettura del libro
di
Giobbe, grazie al quale si accorge che quella malattia “non
gli aveva tolto tutto, ma gli aveva dato tutto”. Il suo
percorso di solitudine e sofferenza era
diventato utile a se
stesso, era come se gli avesse offerto la visione di una
prospettiva della vita trasversale, vista da dentro, che non
si fermava alla mera, ineluttabile, degenerazione del corpo. Nonostante
il suo fisico si spenga
progressivamente, la
sua forza interiore e la luce che filtra dai suoi occhi, lo
hanno spinto ad andare oltre il dolore della sua malattia.
Aveva pensato al
suicidio, guardando dal
basso della sua carrozzina, le montagne che in
passato aveva scalato, le stesse montagne che lo hanno
ospitato per otto lunghissimi mesi, chiuso nella sua
autentica solitudine, appena venuto a conoscenza del suo
stato di salute. Voleva staccare la presa della
vita, lui che non avrebbe avuto mai più l’opportunità di
accarezzare il volto di sua moglie, bere un bicchiere d’acqua,
fare una passeggiata tra le sue montagne, tutti gesti
scontati e facili, che per lui si sono trasformati in un
amaro ricordo.
La
vicinanza della sua famiglia, il sostegno di un amico, la fede, viva e
forte più che mai, gli hanno offerto la forza di non
mollare, di non fermarsi, di voler continuare a vivere,
nonostante tutto, con profonda dignità. Si è fatto
portavoce, silenzioso e discreto, di tutti coloro che soffrono
di patologie che cambiano
una vita,
imprigionata
in un corpo inerme, ma reso forte e
prezioso dal nobile sentimento di continuare a vivere. Non
chiedono di ottenere il diritto alla morte, giustificato da
un senso dell’abbandono, segno di una sofferenza straziante,
ma urlano, con voce soffocata, di sorridere e vivere,
quantomeno con il cuore.
Il Professor Melazzini,
interrompe il suo discorso
quando si sente stanco, chiude gli occhi, lascia che il suo
volto venga sorretto dal collare e ascolta, sereno, quasi
come se volesse riempirsi di quel lungo applauso. Si fa
aiutare a salire in macchina con la sua inseparabile
carrozzina, sorride, ci saluta, con quegli occhi che gridano
“vita”!
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