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Quaresima 2018


Sarà una Quaresima da contadini…

 

“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che
accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.”
(Franco Arminio)

In questa Quaresima mi piace pensarci come ad un campo…. Chiunque sia appassionato di giardinaggio sa che, talvolta, una pianta “malconcia” o troppo lenta nella crescita, in apparenzadestinata a morte sicura, sia spesso capace di un’inaspettata ripresa.

A volte lo stesso accade anche a noi quando, magari insoddisfatti e rattristati, abbiamo l’impressione che nella nostra vita non stia succedendo niente d’importante e che tutto sia irrimediabilmente fermo. Ed esattamente come ci comportiamo verso una pianta ‘che sta lì lì’ rischiamo di perdere ogni speranza e, nella difficoltà sostenere l’ansia dell’attesa, succubi del ‘tutto e subito’ o al massimo ‘a breve termine’, molliamo la presa e buttiamo alle ortiche ogni nostro sforzo senza renderci conto che, in realtà, quello che si sta preparando in noi è una splendida rinascita.

Vale la pena di ricordare che ognuno di noi ha un suo personale ritmo di crescita che, meglio sottolinearlo, va accettato, rispettato e assecondato se si vuole veramente vivere in armonia sia con Dio, con se stessi e con il mondo e le persone accanto a noi.

L’insegnamento che la crescita di una pianta ci offre, oltre all’importanza dell’attesa della giusta maturità dei tempi, è che nei momenti in cui abbiamo l’impressione di essere “immobili” spesso, anche se non ne siamo del tutto coscienti, sta in realtà avendo luogo nel nostro sottosuolo un’incessante attività di preparazione delle radici che dovranno sostenerci quanto poi uscirà all’esterno la nostra crescita. La natura, quindi, ci mostra il fondamentale collegamento che esiste tra l’oscurità, il non visto, e il processo creativo. Pensiamo ad un seme che giace sottoterra. Che all’improvviso inizi a fiorire sembra quasi un miracolo visto che, per un lungo periodo, è rimasto inattivo sotto il suolo sopravvivendo ad un lungo e rigido inverno. Tuttavia grazie anche al nutrimento contenuto nella sua struttura, e che noi possiamo paragonare al nutrimento che ci viene dato dal nostro mondo interiore e spirituale, il seme prospera e cresce. Ma gran parte del cambiamento che mette in atto, ed è questo il punto, avviene fuori dalla nostra vista, al di sotto della superficie.

Ci dimentichiamo anche di ciò che dice il Signore nel Vangelo di Matteo: Espose loro un’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami “. Non comprendendo che quando Gesù parla del Regno di Dio parla esattamente di noi…

La nostra vita riflette questo stesso processo. I tempi di cambiamento, che per forza di cose sono accompagnati da crisi e da disordine, per quanto possa sembrare inverosimile, sono proprio quelli che ci forniscono lo spazio necessario per una nuova fioritura. Possono essere difficili, certo, e possono portare a grande confusione, ma nel contempo offrono straordinarie opportunità di rinnovamento perché, lasciandoci momentaneamente al freddo e al buio, ci aiutano a trovare nella profondità di noi stessi quella forza interiore capace di farci resistere per evolvere e progredire. Quello che più conta in questi frangenti non è tanto quello che ci succede quanto, piuttosto, come decidiamo di rispondere. Se non opponiamo resistenza al cambiamento e diamo il permesso alla nostra vita di assumere nuove forme allora niente e nessuno potrà fermare il nostro sviluppo. Se c’è una costante nella vita, lo sappiamo, quella è proprio il cambiamento. La vita è essenzialmente dinamica. La morte è statica.

Naturalmente, per quanto riguarda l’essere umano, il cambiamento non segue quasi mai un processo lineare che da uno porti a dieci. Il più delle volte, infatti, i sentieri da seguire sono impervi e ci mettono alla prova chiedendoci di fare delle scelte precise e coraggiose che, per quanto talvolta possano risultare troppo complesse, rappresentano in realtà un’occasione per accrescere la nostra consapevolezza.

È chiaro che, ad un certo punto, piccoli inizi ci faranno capire che è tempo di muoverci e questo non deve intimorirci. Pensiamo, ad esempio, ad una Quercia. Che un essere così possente e maestoso abbia avuto inizio da una piccola ghianda sembra quasi impossibile. Eppure è così che vanno le cose nel mondo naturale, per gradi, passo dopo passo.

Ecco perché la coltivazione di sé, proprio come quella di una pianta, richiede amore, attenzione, calma, costanza, fiducia e, soprattutto, tanta pazienza. “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” recita un verso del Qoelet. C’è un tempo per piantare e uno per sradicare, un tempo per demolire e uno per costruire, un tempo per cercare e uno per perdere, un tempo per conservare e uno per buttar via… E c’è, aggiungo io, un tempo per rimanere avvolti nell’oscurità, sottoterra, per prepararsi ad un nuovo risveglio. Esattamente dal Mercoledì delle Ceneri alla notte di Pasqua.

In ultimo: mai pensarci l’unica pianta, quella più bella e più forte. Siamo in un campo, in un giardino. Gli altri crescono accanto a noi, ognuno con il proprio ritmo. E constatarne l’esistenza ed il successo dello sforzo degli altri ci dovrebbe riempire di entusiasmo. Perché ‘c’è un crescere insieme che ci salva’… Avete mai notato che la formula dell’imposizione delle Ceneri recita al plurale: Convertitevi, e credete al Vangelo. Non è perciò una dimensione privata. Ma di comunità…

Come il contadino, allorché intraprenda a lavorare la terra, deve recare con sé gli
strumenti e indossare gli abiti adatti allo scopo, così Cristo, re celeste e autentico
agricoltore, nell'accostarsi all'umanità isterilita dal peccato, si rivestì di un corpo e si
munì, a mo' di strumento, d'una croce. Si diede a dissodare, così, l'anima incolta,
strappando da essa le spine e i triboli delle maligne ispirazioni, estirpando la zizzania
del peccato e bruciando, con il proprio fuoco, tutto il fieno dei peccati. Dopo averla così
lavorata con il legno della croce, vi piantò lo splendido giardino dello Spirito, perché
producesse a Dio, come al suo Signore, ogni sorta di dolcissimi e graditissimi frutti. (Pseudo Macario, Omelie Spirituali)

 

Don Mauro
e la famiglia parrocchiale di S. ippolito
 

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