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Le
stelle di Natale
Arrangiamenti non musicali con Fabrizio De
Andrè
"Alzatevi spose bambine, anche oggi si va a
caritare…".
Con diverse parole dallo stesso suono e significato, Mirka era
uscita dal campo, per il lunghissimo giro di mercati e viali. Là
raccoglieva in un cesto gli avanzi colorati di una grassa città;
lì la bambina dagli occhi grigi come la strada chiedeva
le monetine rosse ai passanti, regalando come portafortuna un
sorriso o una frase gitana che quelli nemmeno sentivano.
Verso sera poi faceva la solita strada per raggiungere la
stazione. Nella piazzetta della scuola si fermava a guardare
quei bulli poco più che bambini, rintanati in un cerchio di
scooter, come lei un po' vagabondi e senza tanta voglia di
tornare a casa. Scendeva allora verso la chiesa di mattoni e
dalle scale sbirciava la gente raccolta per la novena, che
cantava di stelle e di pastori, di profezie sognate dalla notte
dei tempi. Quasi roba da zingari, che raccontano storie
bellissime perché sanno leggere il gran libro del mondo con
colori cangianti e nessuna scrittura. E poi quel bambino che
si muore di freddo, scaldato solo da un'asina e un bue, era così
simile ai suoi fratellini quando i vecchi del campo, con le loro
mani callose, li accarezzavano piano per paura di far troppo
male.
Pochi passi e giù per la via riprendeva il tran tran di macchine
e luci, con quei "banatali" dagli occhi non buoni,
e quell'inspiegabile frenesia che contagiava tutti. Forse gli
uomini della città si annoiano a stare sempre nello stesso
posto, allora s'inventano feste e riti di cui non importa poi
molto e fanno finta di aspettare qualcuno. Bastava sentire i
loro discorsi sul treno, e a volte i loro silenzi, per capire
che non ci credevano e che tutte quelle luci e quei giochi in
vetrina non erano altro che un gioco. La via del campo invece
era buia.
Ogni giorno era uguale e non lasciava tracce delle persone
sfiorate e dei suoi passi sfioriti appena sbocciati. Solo
il vecchio del mercato che le regalava ogni tanto un cartoccio
di caldarroste riusciva a rompere la monotonia con la sua
fisarmonica arrugginita e lei lo ascoltava volentieri, anche se
veramente non è che parlasse molto. Suonava piuttosto, e tutti
lo chiamavano il suonatore, ma in fondo volevano dire
suonato. Quel periodo poi s'era fissato con una canzone e più la
gente s'affaccendava con la spesa più continuava:
E fu nella notte della lunga stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema
e al loro dio goloso non credere mai.
Fu allora che Mirka gli disse: "Eppure quel Dio
che pregano dentro una mangiatoia sembra più venuto per essere
mangiato che per mangiare. Ma forse parli di un altro Dio…". Il
suonatore rispose: "Certo che è un altro Dio… è tutto quello che
gli uomini riescono a mettere al suo posto; non sanno che
farsene di un bambino". "Ma che ha di speciale questo Dio?".
Il suonatore la guardò a lungo, le diede un po' di caldarroste
e disse: "Quel poco che so su di lui te lo dirò mentre mangi…".
E cominciò.
"Un Dio che si fa bambino quando nasce non sa nemmeno di essere
dio. Ha solo bisogno del latte di sua madre e di essere cullato
dalle braccia nodose di suo padre, che era un falegname. E sa
distinguere appena il grezzo manto di lana di un pastore dal
profumo pungente della mirra di un re… quello che vuole è
essere preso in braccio. E' dovuto scappare dalle guardie di
Erode mentre i figli delle altre cadevano dal calendario e
tutti portavano via. Quando è tornato dall'Egitto, non
aveva documenti alla frontiere – proprio come te – e magari
hanno scritto su un foglio che era egiziano, gipsye, zingaro.
Ha imparato a camminare e a leggere e a giocare scalzo per le
strade di Nazareth… da suo padre ha appreso a battere il ferro e
cesellare il legno, da sua madre il sorriso e il silenzio. Dai
vecchi del villaggio a interrogarsi su qual è la mano che ci
accende e ci spegne e che illumina le stelle e i segreti
dell'apicultura… mastica e sputa, da una parte il miele,
mastica e sputa dall'altra la cera finché non ha imparato ad
essere Dio. Allora ha preso la terra per mano… e diede
il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame.
Quelli che sanno a memoria il diritto divino ma scordano sempre
il perdono lo hanno odiato e ucciso. E mentre saliva il
calvario anche lui si è chiesto: Come farò a dire a mia madre
che ho paura. Ma la pietà che non cede al rancore, è
un amore così grande che può inghiottire anche la morte. Così
quando tornerà e attraverserà l'ultimo vecchio ponte, ai
suicidi dirà baciandoli alla fronte: Venite tutti quanti la dove
vado anch'io che no non c'è l'inferno nel regno del Buon Dio".
Mirka era rimasta ad ascoltarlo, incantata. Un Dio simile agli
acrobati del circo che lascia tutto per un giro di giostra sulla
carovana umana – e proprio lì si diverte a farsi cercare, come
quando era bambino. Un Dio viandante che viaggia in direzione
ostinata e contraria per regalare al mondo una goccia di
splendore, di umanità, di verità. Un Dio pastore di
costellazioni venuto a cercare i suoi figli disobbedienti
alle leggi del branco per riportarli a casa…
perché il cielo azzurro diventi casa.
Il mercato stava per chiudere, il
fioraio stava riponendo le poche piante dai fiori rossi che gli
erano rimasti. Erano giorni infatti che non vendeva che quelle.
A Mirka piacevano molto anche se non ne conosceva il nome. "Sono
le Stelle di Natale - disse il vecchio anticipando la domanda –
un grande spreco di soldi!". La bambina ne avrebbe voluta una
per portarla al presepio, da quel Dio fatto apposta per gli
zingari… Com'è che aveva detto il suonatore? Ah già "non aveva
dove posare il capo"… è proprio come noi!
Le venne dunque l'idea: le foglie degli ortaggi spigolati quel
giorno, legati dal laccetto rosso che teneva tra i capelli
corvini, sarebbero state un'ottima imitazione.
Salutò il suonatore con un bacio, e via di corsa dal suo nuovo
amico.
Entrata in chiesa, si fermo a rifiatare e si accorse che attorno
al presepio c'erano già altre piante molto più belle del suo
misero mazzetto. Prese a singhiozzare e voleva scappare via.
Ma poi un particolare catturò la sua attenzione: chissà per
quale motivo avevano sostituito la greppia con una cesta piena
di pane. Le venne da ridere… e il sorriso è il polline di Dio.
"Allora è vero che sei venuto per farti mangiare. Ma ogni tanto
avrai fame anche tu... Facciamo uno scambio, visto che ormai
siamo amici. Non mi sembri un tipo schizzinoso, anzi ti metti a
raccogliere quello che gli altri hanno scartato… quindi questo
mazzetto ti piacerà! Io invece mi prendo questo filo di pane, un
pezzetto di te".
E badando che nessuno la guardasse, per paura di esser presa per
una ladra, pensava:
"E se questo vuol dire rubare, lo può dire soltanto chi sa di
raccogliere in bocca il punto di vista di Dio"
Emilio C.
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