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Il vecchio e il bambino
La storia di una comunità è
importante.
Deve essere raccontata senza stancarsi, deve essere scritta
e riscritta.
Facciamo così in fretta a dimenticare quel che Dio ha fatto
per noi.
Dobbiamo ricordarci tutti i momenti che Dio è all'origine di
tutto e che lui ha vigilato con amore sulla comunità.
È così che noi ritroviamo la speranza e l'ardimento di cui
abbiamo bisogno
per affrontare nuovi rischi ed accettare difficoltà e
sofferenze con coraggio e perseveranza.
J. Venier
Qualche giorno fa ripensavo ad
una canzone di Guccini che recita così: "Un vecchio e un
bambino si preser per mano e andarono insieme incontro…".
Questa immagine mi sembra possa racchiudere tutti i volti
della nostra comunità, dagli ultimi nati, Sara, Emanuele,
Nicola, Giacomo, ai più anziani che magari erano qui quel 4
ottobre del 1934, quando è cominciata questa nostra storia
insieme.
Chissà cosa avranno pensato quel giorno, chissà come lo
racconterebbero…
Chissà che sonetto avrebbe scritto Orlando per noi…
Provo ad immaginare i loro pensieri allora con le parole
della canzone di Guccini:
E il vecchio diceva, guardando lontano: "Immagina questo
coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e
pensa alle voci e pensa ai colori".
Del resto sono questi gli ingredienti della nostra storia:
le voci delle persone, i volti,
le mani che più dei mattoni e della calce servono a
costruire una comunità e in particolare una comunità
cristiana.
Chiunque entrasse in Chiesa per la prima volta, una domenica
mattina, riconoscerebbe subito tali ingredienti.
Innanzitutto il grano, il pane dell'offertorio che
diventa il Corpo di Cristo. Mangiare è così naturale alla
vita e ai bisogni dell'uomo da essere il modo più concreto
per segnare la presenza di Gesù tra noi tutti i giorni… Più
delle candele, delle preghiere e delle statue… E ancora il
silenzio della preghiera personale o il suono dell'organo e
dei canti dei tanti - giovani e meno giovani - che animano
le nostre Messe.
O le voci delle famiglie e dei loro bambini che cantano a
squarciagola - chissà come si sbraccia adesso Teresa in
cielo… le strofe e i ritornelli su cartoni colorati… i gesti
che li accompagnano, i movimenti…
Già, i colori… i colori che danno vita alle foto
sbiadite di un tempo, le stesse foto che, raccolte nella
mostra allestita in parrocchia, segnano lo scandire di
settantacinque anni insieme… colori che ci insegnano come,
pur essendo diversi, possono stare insieme nell'arcobaleno e
che ci ricordano che siamo matite nelle mani di Dio.
Ciascuno ha lasciato negli anni un segno, una
sfumatura diversa, una presenza, una somiglianza con il
Maestro.
Il bambino della canzone di Guccini, affascinato
dall'ascolto del lungo racconto del vecchio gli chiede:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"
Ma noi vogliamo sentire veramente delle favole? È vero che
siamo stanchi di
discorsi colti e politicamente corretti, che troppo spesso
ti dicono cosa fare ma raramente vanno al cuore delle cose.
Ma più delle favole, abbiamo bisogno di ascoltare, ancora
una volta, la storia più bella mai raccontata:
"Vedete, mio padre è come un uomo che aveva due figli,
uno tranquillo e uno matto che ha voluto subito la sua parte
di eredità e se l'è spesa in vini, donne e divertimenti di
ogni tipo. Poi ha avuto fame, il matto, non aveva più una
lira in tasca ed è tornato a casa rosso di vergogna. Si è
nascosto in un angolo e si è messo a mangiare con le bestie.
Il padre, quando l'ha scoperto, l'ha abbracciato, l'ha
portato alla luce del sole e ha deciso di fare una grande
festa, per tutti. L'altro figlio ha cominciato a
recriminare: questo sistema non gli piaceva, tutte quelle
spese in una volta e per chi poi? Per un ingrato, un
fannullone; a cosa serve essere avveduto, economo e fedele,
a cosa serve allora? Il padre beveva, cantava, rideva. Quei
rimproveri non li ha neanche sentiti. Era un tipo d'uomo
particolare: sentiva solo la gioia". (C. Bobin)
Già! Cosa vogliamo veramente come cristiani?
La risposta forse più saggia l'abbiamo sentita di recente
alla professione temporanea dei frati minori di un ragazzo
della nostra comunità: "la misericordia di Dio e la
grazia di servirlo".
Vale per tutti noi. L'amore di Dio ricevuto gratuitamente si
traduce in una necessità di ringraziamento e nel "tempo
della restituzione al Grande Elemosiniere", come dice
San Francesco.
L'amore diventa servizio, ed il servizio fa nascere
relazioni profonde, è segno di un amore liberante, è un
invito a chi è solo e non si sente coinvolto. E' il "per
Chi" che da senso al perché, al come, al quanto.
Settantacinque anni
assieme… Qui… E se al principio era Padre Leone da Caluso,
oggi sono qui con voi io, don Mauro Cianci, arrivato 5 anni
fa insieme a don Enrico Feroci (oggi Direttore della Caritas
di Roma). Lui, il mio parroco di quando ero ragazzo, mi ha
chiamato perché aveva bisogno di me. Tutto quello che mi
aveva trasmesso negli anni vissuti insieme nella parrocchia
di San Frumenzio ora potevamo condividerlo assieme, con la
nostra nuova comunità. Certo, per me adesso è diverso…mi
accingo a fare il parroco! E voglio farlo in punta di piedi,
in tutta umiltà perché la parrocchia è grande e porta con sé
una lunga storia…
Mi dicono sempre che mi si riconosce arrivare dal tintinnio
delle chiavi che ho appese al passante dei pantaloni… Eh
già, le chiavi della parrocchia! Ed è proprio con queste
chiavi che vi voglio aprire la porta di casa, della
vostra casa, della vostra parrocchia, dove da settantacinque
anni "siamo stati chiamati a lavorare insieme nella Vigna
del Signore".
Riflettevo con alcuni di voi su questa età e ci siamo
ricordati che Dio chiese ad Abramo proprio quando lui aveva
l'età di settantacinque anni di lasciare Carran per un paese
sconosciuto. E Abramo prese tutte le persone che si era
procurate e partì. Abramo e i suoi partirono con le loro
tende. È una chiamata comunitaria, collettiva, familiare,
come la nostra: oggi, noi tutti compiamo settantacinque
anni.
Il mio parroco di quando ero bambino, don Carlo Graziani,
prima che morisse ci lasciò proprio queste parole: "Fate
tutte le cose assieme". È con questa convinzione nel
cuore che vorrei continuare a camminare con tutti voi.
Le figure di Abramo e don Carlo poi mi hanno fatto pensare,
per diversi motivi, a due immagini: la pietra (il mattone) e
la tenda. E mi chiedo, riprendendo un pensiero di don Tonino
Bello: ma la Chiesa deve rassomigliare più alla pietra che
sta immobile, oppure alla tenda cha cambia, che si arrotola
sul far del mattino, quando il viandante si mette in strada
per affrontare un nuovo viaggio? Qual è il simbolo che deve
suggestionarci di più?
C'è un'espressione nella prima lettera di San Paolo ai
Corinzi che riprende un episodio dell'Esodo a cui mi piace
pensare riflettendo sulla nostra parrocchia. Il popolo
ebraico, lungo il suo grande cammino, soffriva la sete e
Mosè, per comando del Signore, prese una verga e la batté
per due volte contro la roccia da dove scaturì dell'acqua
che servì a dissetare il popolo. I rabbini raccontano poi
che quella roccia si mise a camminare, seguendo il popolo
ebraico lungo tutti i tornanti dell'esodo, lungo tutta la
strada.
Una pietra che cammina, una pietra che segue il popolo…
San Paolo sostiene che quella pietra che segue il popolo è
Cristo stesso. E così Cristo è la pietra angolare, la
pietra viva e noi siamo pietre aggrappate a lui; e come lui
dobbiamo essere pietra che cammina, pietre che camminano.
Ecco allora l'unione fra la tenda e il mattone, fra
Parrocchia e casa…. Una pietra che cammina.
Dovrebbe essere così la Parrocchia: una tenda di
mattoni!
È un'immagine un po' anomala, ma credo che la parrocchia
dovrebbe essere una grande "tenda di mattoni" che
cammina, che va verso gli uomini, mattoni che escono dal
proprio accampamento, che si muovono, che vanno fuori ad
annunciare… essendo saldi, forti e sicuri perché uniti
assieme alla Pietra angolare, ma anche flessibili ed aperti
come una tenda, disposta a farsi arrotolare ed inchiodare
altrove come il Maestro.
Perché al di là delle immagini suggestive, la Chiesa vera,
concreta, reale… siete voi, siamo noi, e ciascuno è un
mattone chiamato a far parte della costruzione.
Eccoci allora pronti a continuare questo cammino.
Ma qual è il nostro orizzonte, verso dove dobbiamo andare,
dove dobbiamo guardare?
Una canzone, fra tante, ha accompagnato in particolare
questa estate… un verso di questa recita così:
"Ma se cerco lo vedo… l'amore va veloce e tu stai
indietro…"
Forse non è proprio una tra le citazioni più colte! Sì, è
vero… però questo verso rappresenta proprio il nostro
momento presente e soprattutto fissa il ricordo e manifesta
un pensiero.
Cercare l'Amore, stargli dietro, mettere i nostri piedi
sulle Sue orme… Per andare dove? Lo possiamo scoprire solo
in un modo: guardando avanti.
Il discepolo guarda avanti solo perché cammina dietro al
Maestro. Non possiamo, come uomini ma soprattutto come
cristiani, non farlo. Perché… il bene più segreto sfugge
all'uomo che non guarda avanti mai…
Don Mauro
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