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IL TRIONFO DELL'AMORE
Testimonianza di un
Ministro Straordinario della Comunione
Se l'unica preghiera che
hai detto
fosse solo "grazie",
questo sarebbe sufficiente
M. Eckart
Inizio
con questa citazione, la condivisione di questa mia
testimonianza "al servizio" della nostra Comunità
Parrocchiale; servizio di Ministro straordinario della
Comunione.
Non ho voluto e potuto esimermi dall'aprire il cuore ad
accogliere come grazia e come dono per la mia vita, questa
"chiamata" che il Signore mi ha rivolto nel 2006, a seguirlo
nell'esercizio di questo Ministero nella Sua Chiesa; non
nascondo che, nei miei 45 anni, pensando a ciò che mi "è
passato sulla pelle" in questi anni, alla mia fragilità
umana, alla mia incoerenza… ai miei peccati, confesso che
non avrei mai e poi mai immaginato, che un bel giorno il
Signore attuasse ciò, perché previsto dal "Suo progetto di
vita" su di me! E se da un lato mi interrogavo sul perché il
Signore, avesse scelto proprio me nell'esercizio di tale
Ministero, dall'altro gli chiedevo: "Signore illuminami con
il tuo Santo Spirito perché possa riscoprire qual è il mio
ruolo, il mio contributo alla realizzazione del Tuo regno!
Aiutami a riconoscerti e ad accoglierti, in ogni persona
"sola" e "sofferente" che mi farai incontrare in
quest'esperienza, così come tu mi accogli in quell'amorevole
abbraccio della croce, dove non esiste distinzione per
niente e per nessuno.
"Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio,
chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede
cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno
secondo la sua capacità, e partì" (Mt.25, 14-15).
E' a queste parole del Vangelo di Matteo, che associo il
corretto significato del termine "Ministero" praticato nella
Chiesa, ovvero non una gratificazione o un privilegio
personale, non un diritto o un'autorità su qualcosa o
qualcuno, ma bensì alla richiesta di amministrare beni non
propri, ma di altri. Quindi un servizio rivolto
all'edificazione della Chiesa, intesa come Corpo di Cristo,
di cui tutti ne sono parte integrante, soprattutto gli
infermi e gli ammalati.
Così come avveniva nelle prime comunità cristiane, è la
domenica Pasqua settimanale giorno in cui si reca la
Comunione ai fratelli infermi. Certo richiede sacrificio nel
dover rinunciare a qualche cosa, forse ad un'ora di sonno in
più, ma non mi importa; appena sveglio, il mio pensiero va a
chi attende con apprensione la mia visita, perché desidera
fortemente in cuor suo questo incontro con
Cristo-Eucaristia. Ed è prima della conclusione della
celebrazione Eucaristica, che presentandomi al celebrante
ricevo nella teca le Sacre Specie, dopo che tutta
l'assemblea presente, si è comunicata.
Questo segno è carico di significato per tutta l'assemblea
cristiana, perché è con tale gesto che la comunità stessa
riunita in preghiera intorno alla Mensa Eucaristica, mi
invia da coloro che, non potendo recarsi in chiesa per
motivi di salute, sono in comunione spirituale con chi sta
celebrando la Pasqua settimanale.
Posso dire che fino ad oggi ho incontrato tante persone, in
situazioni diverse di casa in casa, di età in età; in
particolare, non so spiegarmi come e perché il Signore mi
abbia riservato di visitare in prevalenza persone molto
longeve (107; 104; 103; 100 anni…)
E' inevitabile affermare che la realtà della sofferenza
umana mi ha interrogato fin dal primo momento, soprattutto
per la sua presenza brusca e improvvisa nel corso della
vita; troppo spesso è piena di perché e cerca risposte
possano rasserenare il cuore. E' un'esperienza inevitabile;
a volte il dolore fisico può essere "pazientemente
sopportato", ma la sofferenza interiore… no!. C'è una forte
esigenza di sentire Dio vicino in questo momento difficile,
di percepire quale è il giusto percorso da intraprendere,
per dare un significato a ciò che si sta vivendo.
Tante volte ho sentito esclamare espressioni come queste:
"Mi sento sola/solo! La mia vita è inutile, perché tutti
questi anni sono troppi! Basta vivere! E'ora che il Signore
mi conceda di morire!"…..
Alla base di tutto c'è lo svilimento di due ingredienti
fondamentali della vita umana: "sentirsi utili" e "sentirsi
amati". Quando l'equilibrio di questi stati viene a
mancare, queste esclamazioni sono inevitabili.
Nell'afferrare l'essenza e il significato così eloquente di
questi sentimenti, non riesco ad essere "freddo ed
impassibile" perché se così fosse accetterei volontariamente
la vittoria della morte sulla vita; non posso esentarmi ad
agire per amore a Cristo, testimoniando la sua risurrezione.
"Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e
rigogliosi, per annunziare quanto è retto il Signore: mia
roccia, in lui non c'è ingiustizia" (Sal 92, 15-16)
Non esistono parole più eloquenti del Salmo; come qualcuno
ha già detto: "la possibilità di diventare anziani, è il
segno che Dio prende in seria considerazione la nostra vita
fino a protrarla, perché da noi si aspetta ancora molto".
Occorre soffermarsi su questo pensiero, per far riflettere
sul ruolo che gli anziani ricoprono nella famiglia, nella
comunità Parrocchiale di cui sono la radice e il cuore del
loro essere e del loro esistere. Come tacere quel sentimento
di tenerezza che imprimono e infondono con il loro pensiero
rivolto ai figli, ai nipoti, alle persone care che vivono
situazioni difficili e complesse, a quel vicino che
conoscono e che è solo come loro, a coloro che si prendono
cura della loro persona accudendoli, senza poi dimenticare
quella premura che riservano a te che sei entrato in questo
momento particolare della loro vita, dietro magari chissà
quanti perché e per come, ma ci sei, e ogni domenica e/o
solennità, sei assiduo a questo incontro con loro,
portandogli il Sacramento dell'Eucaristia.
"C'è
una sola vecchiaia: quella che nasce dal rifiuto dell'amore"
La riscoperta del loro ruolo è il cuore di quest'espressione
di Madre Teresa di Calcutta; nessuno rifiuterà mai l'amore,
perché siamo stati pensati, plasmati e concepiti da Dio per
amare.
Anche se il nostro corpo, provato dagli anni e dalla
malattia, ci sta pian piano abbandonando, non è
assolutamente vero che siamo inutili; abbiamo alacremente
lavorato tutta la vita, immersi nei nostri impegni e nelle
nostre preoccupazioni, ma è giunto il momento di perseverare
sull'esempio di Gesù: non cessare mai di donare se stessi
agli altri, per amore a Lui. E non è poi così difficile;
basta pensare alle molteplici necessità presenti nel mondo,
a tutti quelli che soffrono come noi se non più di noi,
all'uomo del nostro tempo, che ha la presunzione di
"sostituirsi a Dio!" nel corso del "progetto" di vita
riservatogli.
Suggerisco perciò di intensificare la preghiera durante la
giornata, essendo arma potentissima per sconfiggere ogni
tentazione ed ogni male, soprattutto li dove la mente è
vittima di pensieri deleteri e distruttivi, poiché più sei
provato dalla sofferenza, più necessiti dell'aiuto di Dio,
più ti senti solo e più devi pregare per accettare il peso
di quella croce che il Signore ti chiama a portare insieme a
Lui. Riconoscerlo ed accoglierlo nel dolore, accettandolo ed
imitandolo; solo con l'insistenza e la perseveranza nella
preghiera che la solitudine sarà sconfitta, sentendoci
perciò non soli ma in comunione di sentimenti, con tante
persone che come noi soffrono, ed offrono al Signore la loro
prova.
Giunge il momento di ricevere Gesù-Eucaristia. E' il momento
più intenso e profondo che si può vivere in questa
celebrazione, sia per me, e sia per chi riceve l'Eucaristia.
Vedere un adulto e in particolare un ammalato commuoversi e
piangere dover aver ascoltato la Parola di Dio e mentre
riceve il corpo di Cristo è il segno concreto della presenza
reale di Cristo crocifisso che ama soprattutto i più deboli
e sofferenti.
"Voi, cari malati, segnati dalla sofferenza del corpo o
dell'animo siete i più uniti alla Croce di Cristo, ma nello
stesso tempo i più eloquenti testimoni della misericordia di
Dio. Per vostro tramite e mediante la vostra sofferenza Egli
si china sull'umanità con amore. Siete voi che, dicendo nel
silenzio del cuore: «Gesù, in te confido», ci insegnate che
non c'è una fede più profonda, una speranza più viva e un
amore più ardente della fede, della speranza e dell'amore di
chi nello sconforto si mette nelle mani sicure di Dio. E le
mani di coloro che vi aiutano nel nome della misericordia
siano un prolungamento di queste grandi mani di Dio"
(Benedetto XVI)
Con il rito conclusivo termina questo momento di preghiera
in casa dell'ammalato; vedere quegli occhi ancora lucidi,
quelle mani che stringono fortemente le tue senza mai
lasciarle, quel sorriso su quel viso provato dalla
sofferenza, quel grazie che viene dal cuore di chi soffre,
quell'abbraccio e quel bacio ti ricordano solo una cosa:
"DIO TI AMA!!!!"
Vittorio A.
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