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"Va e ripara la mia casa..."
Esercizi
Spirituali della Comunità tenuti a Sacrofano dal 19 al 21
febbraio.
Piove a dirotto! Non so quanti di noi si
siano svegliati con queste parole. Lunedì mattina, il
traffico, il lavoro, la scuola. Guardando fuori della
finestra avremo storto la bocca per un attimo, magari
sbadigliando, prima che l'aria respirata in questi giorni,
ci tornasse sulle labbra. Così infatti c'erano stati
presentati gli esercizi spirituali, come una boccata
d'ossigeno e come un'occasione per rimettere ordine.
Un'immagine che può far pensare a molte cose: sistemare la
casa dopo una festa piena di gente ed assaporare con i
familiari il gusto della quotidianità, riscoprire in qualche
angolo foto od oggetti dimenticati, o ancora di più mettere
sottosopra tutto per trovare qualcosa che avevamo perduto
come la donna con le sue dracme.
Un aspettativa forte che ha
mosso circa trecento persone di tutte le età ad uscire dalle
loro case e non possiamo non fare nostra la domanda che Gesù
ha rivolto alle folle: "Cosa siete andati a vedere nel
deserto, una canna mossa dal vento?". In un certo
senso si. Siamo andati dietro a un uomo che diceva di sé "non
spegnerà il lumignolo fumigante e la canna spezzata dal
vento non getterà" e che un giorno ha detto a
Francesco d'Assisi: "Va e ripara la mia casa...".
In questi giorni lo ha detto anche a noi, personalmente
e come comunità. Riparare non significa demolire e
ricostruire daccapo… per questo serve la dinamite non la
cura paziente del vasaio che continua a rimodellare la creta
come fa Dio con noi. Dio non fa cose nuove, fa nuove le
cose. Allora siamo andati alla ricerca di una casa, a
riscoprirci casa, a diventare una casa tanto accogliente
dove anche la rondine possa trovare il nido per i suoi
piccoli che sono poi le parole del Salmo 83 con il quale fra'
Alessandro ha iniziato la sua predicazione venerdì sera.
Per
abitare la casa paradossalmente bisogna muoversi, cominciare
quel santo viaggio che ci porta sulle strade inedite dello
Spirito, dove è la radicalità della relazione a ritmare i
nostri passi. Per riparare una casa, prima ancora di un
tetto c'è bisogno di una porta - stare sulla soglia della
casa del mio Dio - una porta che segni il confine tra la
lontananza e la Presenza, dove anche se sei ancora nel
deserto puoi levarti i calzari perché è una terra santa.
Questa porta è Maria: la è entrato il Pastore di tutto,
in lei è diventato l'Agnello che bela non appena esce fuori.
L'abbiamo contemplata così, nella sua semplicità di Madre, per
imparare a leggersi dentro senza temere la spada che
trapassa il cuore, a forzare i gesti come la sua danza, a
custodire il suo eloquente silenzio negli occhi, a
condividere con tutti i suoi figli, l'amore dell'Abbà.
In genere per scegliere una casa si osserva come è
orientata, quale parete è esposta al sole e quale alla
notte. È quello che chiede Francesco quando si rende conto
che in mezzo a un vortice di desideri e di proiezioni
idolatriche gli sfugge l'essenziale, gli frana la terra
sotto i piedi. Allora prima di ogni altra cosa, per
costruire una casa c'è bisogno di una solida roccia come ci
invita a fare il Vangelo (Matteo 7,21-29) con cui sabato mattina
riprendiamo il nostro "viaggio" per riparare la casa della
nostra intimità.
Francesco ha cominciato da San Damiano, ha
fatto il muratore per tre anni fino a quando ha baciato il
lebbroso. Da allora ha cominciato a pensare umilmente di
sé, cioè a vedersi umile, humus, uomo come Dio vide
Adamo creandolo con un bacio… ed era cosa molto buona.
Nella genesi Dio dice: facciamo l'uomo a nostra immagine e
somiglianza, vuole cioè la nostra collaborazione… e forse
l'esercizio "creativo" di disegnare la casa delle nostre
relazioni, con tavoli, finestre e giardini, ci avrà aiutato a
pensare che non sia una cosa fuori portata.
La Parola
ascoltata durante la messa è ancora più chiara: Isaia ci
invita ad essere riparatori di brecce, Gesù chiama Matteo al
banco delle imposte, in quella condizione cioè di
collaborazionista che lo esclude dal suo popolo. E anche noi
se ci appropriamo del nostro ruolo in parrocchia, corriamo
questo rischio. Il seguimi rivolto a Matteo non è
infatti per fare qualcosa ma per stare con Lui. Per questo
vanno a casa sua a pranzare con pubblicani e prostitute, che
sono tutte le relazioni di Matteo che hanno bisogno di
essere risanate dalla presenza di Gesù. Creare questi spazi
di comunione in parrocchia per i pubblici peccatori è la
sfida che ci lancia fra' Alessandro e che don Enrico riprende
nell'omelia esortandoci ad aprire i nostri orizzonti alle
tante realtà della Chiesa di Roma che hanno bisogno di noi
senza scandalizzarci come i farisei, perché Gesù non è
venuto a chiamare giusti ma peccatori, ognuno
di noi con la sua fragilità, la sua preziosità, la sua
storia.
Allora attraverso la lettura della parabola del Figliol
Prodigo (Luca 15,11-32) facciamo questo ulteriore passo:
"Ritorna alla casa della tua storia". L'avremo sentita mille
volte, ma già l'inizio - Disse ancora – fa capire che
non ci si deve stancare mai di raccontarla perché è il cuore
del Vangelo, perché svela il vero volto di Dio, quello di un
Padre Misericordioso. Anche qui c'è una casa da riparare,
verso cui tornare, da imparare ad abitare. C'è un figlio più
giovane che non sa chi è. Non c'è una madre che gli ricordi
che c'è una vita per lui al di fuori di lei e la benedizione
del padre secondo la legge è riservata al fratello maggiore.
Questi è consacrato al Signore ed è l'erede di tutto, per
giunta è irreprensibile. Che senso può aver la sua vita in
quella casa? Per questo parte e la richiesta dell'eredità
che fa al Padre è ben più profonda: "dammi la vita". Questo
desiderio di appartenenza lo porta in un paese lontano, a
vivere da dissoluto, cioè senza legami dove la vita è più
fragile e si ribella con voracità: dove si butta il pane e
si beve troppo vino… fino a toccare il fondo… lì dove il
suo bisogno di vita non può essere più nutrito. Il ritorno è
lungo, incerto, di chi si aspetta solo di sopravvivere come
garzone. È ancora lontano, ma proprio allora il Padre lo
vede, si commuove – è il verbo che indica il travaglio, che
genera vita, che fa saltare tutti gli schemi: c'è una
gratuità della vita che non può essere riscattata da nessun
tempio, che non si merita, che non ti smette di baciare e
vuole far festa.
Tornare a casa significa allora tornare
in sé, a quei limiti esistenziali – il nostro corpo, la
nostra famiglia, la nostra cultura – che ci definiscono e
che possiamo abitare in modo originale, creativo, inedito se
ascoltiamo quella voce che ci dice "sei il mio figlio
prediletto". Ne è un esempio la donna che bagna di lacrime i
piedi di Gesù asciugandoli con i suoi capelli. Anche lei
probabilmente sarà stata la quarta o la quinta figlia, al di
fuori di ogni logica: nessuno avrebbe pagato la sua dote o
l'avrebbe accolta in casa sua, la sua vita era inutile, non
aveva senso. Eppure è lei e quella pagina meravigliosa che
la racconta (Luca 7,36-50) ad accompagnarci nella veglia
penitenziale di sabato sera. Nel libretto è scritto così:
è una donna più equilibrata nel gestire il suo peccato;
esponendosi al pubblico andando da Gesù con gesti tanto
coraggiosi e fuori schema sembra dirci: io non sono solo
il mio peccato! in me c'è qualcosa di più grande che Dio ha
posto. La misericordia con cui Dio mi ama è più grande del
mio peccare!
Perché potessimo credere che questo
vale anche per la nostra vita, abbiamo osato anche noi quei
gesti che riducono al silenzio il fariseo che è in noi:
baciare l'altare significa riconoscere che la vita che
abbiamo cercato altrove, peccando, la possiamo trovare solo
lì, ricevere il mattoncino scritto dai nostri bambini è un
invito a sentirci a casa – sono gli stessi bambini che hanno
colorato le chiavi consegnate l'anno scorso alla festa
dell'accoglienza - baciare il prossimo è scommettere tutto
sulle relazioni fraterne.
"Baciami ancora" di Jovanotti,
racchiude un po' tutto questo ma comunica anche che il
linguaggio della misericordia di Dio si serve di parole
semplici, si cala nella quotidianità, si può cantare a
squarciagola, perché è l'amore che detta ogni legge.
A volte però corriamo il rischio di restare sordi a questo
richiamo, come il fratello maggiore che s'indigna e non
vuole entrare. Il Padre va a fuori a cercarlo, ma sembra
disarmato di fronte a questo figlio che non si riconosce
tale… è una dinamica spietata: non sbagliare mai, non
chiedere mai niente fino a conquistare come diritto ciò che
non si vuole accogliere come dono… e Dio non può darci
quello che non gli chiediamo. È un punto su cui si può
restare bloccati per molto tempo ma che dobbiamo
necessariamente affrontare per sperimentare un amore
liberante perché liberato da tutti i "sono amato se…" –
solo così potremmo abitare la casa della nostra parrocchia e
vivere il servizio come la restituzione dell'amore del Padre
e non come un mezzo per guadagnarcelo.
Fra' Alessandro
termina la sua predicazione con l'invito a non essere
coerenti ma fedeli, perché Dio è fedele, non smette mai di
scrutare l'orizzonte per vedere i suoi figli tornare - la
sua fedeltà ti sarà scudo e corazza… - come riprende il
salmo della domenica.
E' tempo di tornare a casa ma come le
folle che seguivano Gesù, anche per noi c'è un momento in
cui ci sediamo a gruppi, a condividere il cibo che ci ha
nutrito in questi giorni, a dare noi stessi da mangiare.
Anche per noi viene l'ora di rendere grazie: a fra'
Alessandro, un uomo di Dio che le cose che ci ha detto "non
le ha studiate ma le sa"… ai nostri sacerdoti e a tutti
coloro che si sono adoperati per l'organizzazione degli
esercizi… ai ragazzi del dopo cresima che si sono presi
cura dei bambini più piccoli e si possono riconoscere in
quella frase di Gesù: "lo avete fatto a me".
Nella
messa conclusiva quel Pane che si spezza ancora per noi è un
gesto che dice tutto di come Gesù, rispetto alle tentazioni
del deserto ha scelto di essere il Messia, e il silenzio e i
volti delle persone sembrano dire:
tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici
ceste piene di pezzi avanzati.
È ancora lunedì mattina… il Vangelo è quello
della confessione di Pietro: su questa pietra io
costruirò la mia chiesa ed è la prova che Gesù fa sul
serio quando parla di edificare, restaurare e la domanda che
rivolge a lui dobbiamo sentirla nostra: la gente chi dice
che io sia? E magari mischiando il figliol prodigo a
Jovanotti potremmo pure rispondergli:
sei l'orizzonte che mi accoglie quando mi
allontano.
Emilio C.
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