Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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Misericordia all'opera
Andare incontro al prossimo e costruire con lui una relazione profonda

Il tema del cineforum organizzato quest’anno dal Laboratorio Missionario “Oltre l’Orizzonte” è stato quello delle opere di misericordia, in coerenza con quello che è il tema di approfondimento che la Parrocchia ha scelto sia per l’anno passato sia per quello in corso, attraverso una serie di incontri di approfondimento sulle sette opere di misericordia corporale prima e sulle sette opere di misericordia spirituale in quest’anno liturgico.
Da qui il titolo della rassegna, “Misericordia all’opera”, dove l’intenzione era di proporre una serie di pellicole che proponessero delle modalità attraverso le quali la misericordia può concretamente entrare nella nostra vita. A tale proposito, anche per pratici motivi di selezione dei film, si è scelto di non seguire in maniera pedissequa la successione e il contenuto letterale delle opere di misericordia, e quindi non vi è un film sul tema “dar da mangiare agli affamati” piuttosto che su “vestire gli ignudi”: si è piuttosto cercato di individuare un comune denominatore delle varie opere di misericordie, comune denominatore che è possibile individuare nel modo di atteggiarsi nei confronti dell’altro, intendendo con questo non il tollerare, l’accettare il prossimo - che sono comportamenti talmente minimali e limitati da non caratterizzare in senso cristiano il comportamento di una persona; qui si intende, invece, la possibilità di andare incontro al prossimo e ai suoi bisogni, corporali piuttosto che spirituali, così da poter costruire con lui una vera e profonda relazione, consapevoli che il nostro rapporto con il prossimo concerne la nostra relazione con Gesù Cristo.
Presupposto di questo stile comportamentale, parallelo se si vuole allo stile missionario che era il tema della rassegna cinematografica del precedente cineforum, è la capacità di entrare in comunicazione con gli altri – e anche con se stessi, se è vero che la persona a noi più prossima siamo noi stessi – e quindi di capire e condividere i problemi dell’altro, in una condivisione che deve significare aiuto dato gratuitamente e per amore, senza aspettarsi una qualsiasi forma di ricompensa.


Il primo film proposto, Segreti e bugie di Mike Leigh, vincitore nel 1996 della Palma d’Oro al Festival di Cannes, è il racconto aspro, ma non disperato dei rapporti in una famiglia inglese contemporanea e delle perenni menzogne domestiche. Al centro di tutta la storia vi è l’assenza di una vera comunicazione interpersonale: le persone si parlano ma non si ascoltano, si chiudono in sé stesse senza mettersi a disposizione dell’altro, senza condividerne i problemi, senza volere veramente cercare di capire i problemi dell’altro, sino ad arrivare all’esplosione di questa situazione di disagio, esplosione che porta a dire “basta!” a tutte le bugie e a tutti i segreti che hanno avviluppato i protagonisti della storia: grazie a questo momento di crisi sarà possibile recuperare un rapporto più fiducioso e comprensivo con gli altri.
Il secondo film, Porte Aperte di Gianni Amelio, è tratto da un breve romanzo di Leonardo Sciascia e si basa su una storia realmente accaduta a Palermo nel 1937; un impiegato frustrato nella carriera e nel lavoro uccide la moglie, il superiore ed un collega, si costituisce e reclama la pena di morte. Ma il giudice a latere, nonostante le pressioni popolari e le reiterate insistenze dello stesso imputato, esita ad applicare rigidamente gli articoli del codice di procedura penale che prevedono di comminare la pena di morte, e grazie all’appoggio di un giurato appassionato lettore di Dostoevskij e delle sue considerazioni sull’assurdità della pena di morte, riuscirà a salvare l’imputato dalla pena capitale per farlo condannare all’ergastolo. Qui finisce il film, che però, nei titoli di coda, ci ricorda il seguito della storia, che, nel successivo processo di appello e con una corte più manovrabile, vedrà l’applicazione e l’esecuzione della condanna a morte. Il film provoca più ragionamenti: il primo, più diretto, sulla sacralità della vita umana e sull’inaccettabilità che lo Stato, la Giustizia, diventi assassina: a tale proposito è opportuno ricordare che Leonardo Sciascia, parlamentare nazionale tra il 1976 e il 1979 nelle file del Partito Radicale, in occasione del rapimento di Aldo Moro fu tra i più accaniti avversari della linea della fermezza in base alla quale per motivazioni di Ragion di Stato si doveva sacrificare la vita di Moro; per Sciascia tutto ciò era inammissibile, considerando lui la vita umana un bene e un valore indisponibile. L’altro ragionamento che il film propone è questo: è facile combattere per le buone cause, per gli innocenti, molto più difficile, soprattutto in un contesto avverso, lottare con accanimento a favore dei diritti di una persona che è indubitabilmente colpevole, che ha indubitabilmente fatto del male al prossimo. E quindi il messaggio che il film suggerisce è quello di spenderci anche e soprattutto per le persone lontane da noi, nel modi di essere e nel modo di agire.
Il terzo film della rassegna, Amistad di Steven Spielberg, è la storia di 53 schiavi neri del vascello spagnolo “Amistad”, in viaggio verso Cuba, che riescono a liberarsi e fanno rotta verso l'Africa, ma sono bloccati da una nave americana e mandati sotto processo per pirateria e l'assassinio dell'equipaggio. C’è chi li vuole condannare per gli assassinii, e chi li vuole riconsegnare al governo spagnolo, ma si scopre poi che i rivoltosi non sono nati schiavi e quindi, secondo la Costituzione degli Stati Uniti, avevano il diritto di lottare per la propria libertà. Il punto centrale è quindi quello dei diritti naturali – e in quanto tali insopprimibili – delle persone, e tra questi il diritto di vivere liberi. E’ opportuno ricordare una considerazione di Benedetto Croce; “l’uomo è una funzione giuridica”, vale a dire che esiste, è titolare di diritti solo se è giuridicamente riconosciuto, registrato: e non si può non pensare a tutte quelle persone che, prive di questa tutela giuridica, sono troppo spesso prive anche di una tutela sanitaria e sindacale.
Al di là della vita, di Martin Scorsese racconta invece la storia di un paramedico che da troppo tempo non riesce a salvare vite umane, e anzi l’unico che riesce a non far morire è uno spostato che cerca invano la morte; di più, da mesi è ossessionato dal “fantasma” di una ragazza morta probabilmente a causa di un suo errore. Il significato del film, ambientato in una New York caotica, degradata e violenta di prima degli interventi a “tolleranza zero” del sindaco Giuliani, è che è difficile, anche se se ne ha l’intenzione, fare del bene nella società attuale. Questa sensazione di impotenza è estremamente diffusa: nella società contemporanea infatti ci sono numerosi aspetti culturali che rendono apparentemente difficile o quasi impossibile un’azione di carità: ad esempio il venir meno del senso cristiano della vita; lo smarrimento della fede, “con l’uscita” – cito il cardinale Martini – “dalla Chiesa di molti e l’abbandono della pratica religiosa; un numero crescente di persone che si dichiarano atee o non cristiane; la presenza di chi sembra faccia comodamente a meno della religione e di Gesù Cristo, avendo messo a tacere quell’inquietudine religiosa capace di stimolare la ricerca di senso per la propria esistenza. Se poi a queste difficoltà interiori e proprie del cammino di fede aggiungiamo gli eventi esterni che si concretizzano frequentemente in situazioni di violenza, di guerra, di incapacità a convivere, anche in ambienti che da tempo hanno già incontrato la buona notizia, allora sembra che un senso di sconforto ci assalga e ci abbatta. Davvero il Vangelo è una buona notizia che porta frutto? Ed è veramente possibile evangelizzare oggi?” Questa sensazione di impotenza è alquanto generalizzata, e va dai comportamenti civici – si pensi alle tematiche ambientali – a quelli religiosi. La risposta deve invece essere responsabilmente affermativa: si deve sempre dare testimonianza della propria Fede, cercare di andare incontro al prossimo, di rispondere ai suoi bisogni; “evangelizzare – scrive ancora il Cardinale Martini - significa anzitutto promulgare la buona notizia con fatti e parole e attuare l’annuncio così che sia possibile, a chiunque abbia buona volontà, poter cogliere la buona notizia nelle sue forme più genuine e autentiche, e quindi approfondirla e, se lo decide, accoglierla e viverla.”
L’ultimo film proposto dalla rassegna, Crossing Over di Wayne Kramer, racconta diverse storie parallele di persone che cercano di entrare o di rimanere negli Stati Uniti alquanto paranoici del post 11 settembre. Il tema dell’immigrazione clandestina è un tema ben conosciuto in Italia, dove l’atteggiamento ampiamente diffuso di fastidio, se non di intolleranza o di aperto razzismo nei confronti di chi ha scelto di abbandonare il proprio paese, le proprie famiglie per cercare una vita migliore nel nostro Paese, non tiene in considerazione almeno tre aspetti: in primo luogo della necessità economica di avere una manodopera straniera che di fatto svolge mestieri oramai generalmente rifiutati dagli italiani; in secondo luogo della memoria storica comune che come nazione dovremmo avere: non c’è probabilmente famiglia italiana che non abbia avuto un proprio esponente costretto nel secolo scorso all’emigrazione, quando, come ha scritto Gian Antonio Stella in un suo libri di qualche anno fa, gli albanesi eravamo noi, e le violenze morali, verbali e a volte fisiche le subivano noi, in America, in Australia, in Europa; non avere memoria di tutto ciò, non essere in grado di elaborare in conseguenza di quanto subito allora dai nostri parenti un atteggiamento di accoglienza e di vicinanza nei confronti di queste popolazioni disperate è colpa grave. In terzo luogo, sarebbe bene ricordare come nelle Sacre Scritture il Signore si faccia ripetutamente difensore di tre precise categorie, l’orfano, la vedova e lo straniero – dove difficilmente per straniero intendeva un turista.

Fabio R.


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