|
Un'esperienza di
servizio che cambia la vita
Campo Estivo 2011
Gruppo Ceres (Cottolengo - TO) Vi racconteremo
come dei ragazzi dai 16 ai 18 anni che la comunità conosce come
il CERES (Emanuele, Chiara, Andrea, Gabriele, Federico,
Federica, Virginia, Lucia, Daniele e Giorgio) hanno vissuto
un’esperienza al servizio dei malati disabili mentali del
Cottolengo di Torino, la quale ha lasciato in ognuno di loro una
traccia indelebile ovvero quella della carità che tutto
trasforma in ricchezza. Quando si opera in nome di Cristo e ci
si mette al servizio degli ultimi si cresce spiritualmente e
personalmente perché questi ultimi ti amano più di quanto
potresti immaginare. Ora Emanuele racconta.
Quando abbiamo
saputo che il campo estivo si sarebbe tenuto al Cottolengo di
Torino, la notizia non è stata accolta con il solito festoso e
chiassoso entusiasmo. Si raccontano cose incredibili del
Cottolengo e dei suoi “mostri”, viene descritto da molti come un
luogo lugubre in cui il paziente meno grave ha la testa di un
cavallo… inutile quindi dire che siamo partiti un po'
disorientati.
In effetti l’esperienza ha avuto un impatto iniziale abbastanza
drastico, certo questo è stato anche colpa del clima nuvoloso di
Torino e del fatto che alloggiavamo in un grande settore
dell’ospedale completamente vuoto, silenzioso e anche
decisamente buio che, seppur completamente dipinto di rosa,
rievocava, almeno nella mia memoria, lo scenario di qualche
terribile film drammatico.
Il giorno dopo però abbiamo scoperto che di realmente cupo c’era
solo questo. È vero, di sicuro non siamo stati a contatto con le
realtà più forti, ma ognuno di noi può assicurarvi che quel
posto non ha davvero nulla d’inquietante.
Il nostro servizio era principalmente tenere compagnia ai malati
definiti “ospiti” e aiutarli durante i pasti, accompagnarli
quando desideravano fare una passeggiata in giardino e
intrattenerli con qualche attività creativa. Le persone che
dovevamo assistere erano per lo più disabili mentali, di cui
moltissimi anche con disabilità fisiche, alcune molto gravi, ma
dopo un primo momento di disorientamento il nostro modo di
guardarli è cambiato radicalmente. Questa fase però non è stata
immediata, abbiamo dovuto infatti superare le nostre paure e
resistenze per quanto riguarda la malattia e il contatto, ma
soprattutto abbiamo dovuto accettare che quello che puoi fare
nei loro confronti è davvero poco. Ed era incredibile vedere
come persone che non hanno praticamente nulla, ringraziassero
sinceramente Dio e apprezzassero quelle piccolissime cose che
noi eravamo in grado di offrire. Oppure stupisce come ad un
certo punto ogni cosa anche quella più dolorosa sembri più
colorata e luminosa. Questo porta istintivamente a ricordare, a
osservare, a soppesare ciò che invece abbiamo e siamo noi, ti fa
capire il valore di tutto ciò che ti è stato dato e, almeno io
ho pensato questo, ti fa desiderare di non sprecarlo, perché,
per quanto poco possa essere, ognuno di noi ha qualcosa da dare.
Si dicono tante cose dei viaggi, quella più comune è che quando
torni non sei mai la stessa persona che è partita. A volte
perché scopri cose nuove, a volte perché rispolveri cose vecchie
e capisci che non erano tanto male.
La meta è ciò che sostiene la fatica del viaggio, la nostra vita
è un viaggio e la nostra meta è un Dio che ci aspetta a braccia
aperte. I santi per noi sono esempi e modelli da seguire e nel
nostro caso San Giuseppe Benedetto Cottolengo ci ha aiutati a
sperimentare un’esperienza di vita contemplativa (preghiera
comunitaria con tutti gli operatori del Cottolengo dalle suore
alle operatrici sociosanitarie) e attiva (il donarci tra noi e i
malati). Concludiamo con una frase del santo: “La Divina
Provvidenza non manca, mancheranno le famiglie, mancheranno gli
uomini ma la Divina Provvidenza non mancherà mai. Bisogna
sperare nella Divina Provvidenza. Non è mai mancata a chi spera
in essa ed ha mille modi per provvedere.
Emanuele R. - Brigida S.
 |