Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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"Stringedovi a Lui pietra viva…"
Riscoprire lo stare assieme da 75 anni attraverso tre tappe della nostra storia
 

IL SERVIZIO
 

"LO AVETE FATTO A ME..."
 

 

L'ambientazione e i dettagli a volte sono importanti per registrare in un'impressione, il senso di un incontro come quello di sabato 30 gennaio. Suor Amelia Cerchiari entra in sacrestia e saluta i suoi "ragazzi" - ora grandi e sposati - e le amiche di un tempo, come se li avesse visti ieri, mentre Osvaldo Battelli, memoria storica della nostra Comunità, sta appoggiato all'ambone, guardando placido la chiesa che si riempie. Questa volta l'incontro si fa in chiesa, il salone, superato l'esame dei vigili del fuoco, sembra chiedere un po' di riposo, o forse noi l'abbiamo chiesto a lui. È curioso, comunque, che l'incontro sull'Eucarestia si sia svolto giù, nel luogo che più di ogni altro incarna il nostro "rimboccarsi le maniche" e che l'incontro sul servizio si faccia in chiesa, nel cuore della comunità. Ma non è un caso… le prime battute mi convincono di questo.
All'inizio dell'incontro, i miei amici cantano "Illumina il cuore mio", l'inno della marcia francescana che abbiamo fatto nel 2006, e guardandoli non è molto difficile riscoprire lo stare insieme. Le parole poi "…passi di speranza certa, per entrare nel tuo cuore, Dio di carità perfetta…" risuonano in un modo particolare.
Don Mauro spiega il senso di questi incontri sull'Eucarestia, il servizio e la corresponsabilità. Sono i temi su cui tutta la chiesa di Roma si verifica e noi, nel settantacinquesimo anniversario della parrocchia, lo facciamo attingendo alle risorse, ai testimoni che si sono spesi per essa. Un cronista sportivo li descriverebbe come "i portatori d'acqua" …e così il cerchio si chiude: i passi, i piedi, l'acqua.
Viene proiettata un'immagine contemporanea della lavanda dei piedi: "E' il simbolo stesso di Cristo Servo, ma anche il modo con cui Giovanni racconta l'Eucarestia. Come a ribadire che l'Eucarestia e il servizio sono inscindibili, avendo come unica radice l'amore, che è il più grande dei carismi perché li comprende tutti". Scorre, sopra l'immagine, l'inno alla carità di san Paolo; il volto di Gesù, di spalle, non si vede; si riflette nel catino, nell'acqua, nei piedi… E a volte l'amore di Dio riusciamo a sperimentarlo solo così perché "vediamo come in uno specchio in modo confuso"… questa frase si ferma per un attimo proprio lì sul catino e ci stimola a ricercare quali sono le coordinate dell'amore e come possiamo esercitarlo all'interno del corpo di Cristo che è la Chiesa.
Viene in nostro aiuto l'enciclica "Deus Caritas Est" nella quale Benedetto XVI ci ricorda che la chiesa può andare avanti solo con la testimonianza dell'annuncio (kerigma martyria), la celebrazione dei sacramenti (leiturgia) e il servizio della carità (diakonia). E l'amore è esigente. Se un membro soffre, tutto il corpo è malato: il migrante va accolto, il povero sfamato, il carcerato non può essere abbandonato Questo non significa sostituirsi allo stato, quanto piuttosto esserne la coscienza vigile e critica. Non significa nemmeno mettere in atto strategie di potere per cambiare il mondo in modo ideologico, perché l'azione pratica è insufficiente se da essa non traspare l'amore del prossimo...
E alla fine della vita saremo giudicati sull'amore. È questo infatti il più grande dei comandamenti: "Ama il prossimo tuo come te stesso". E questa frase ci provoca anche come comunità. Ci amiamo?
Per rispondere, per capire chi siamo, è necessario sapere come eravamo, come suggerisce Osvaldo, prendendo la parola. Ci ha raccontato com'era il quartiere negli anni '30: pochi palazzi tra il Verano, la Città universitaria e la Stazione Tiburtina. Un terreno ancora vergine e fertile che l'operosità dei Padri Cappuccini e delle Suore Sacramentine di Bergamo, ha pian piano trasformato… anche in quegli anni bui segnati dalla guerra: nel bombardamento di San Lorenzo sono morte 9 suore; l'organizzazione del gruppo scout è cominciata la prima domenica dopo liberazione di Roma.
Da quel seme iniziale è nata la nostra comunità, coinvolgendo tante persone anche quando il ruolo dei laici era del tutto marginale. E poi dopo il Concilio si sono moltiplicate le iniziative dai centri d'ascolto all'assistenza ai poveri, dalla creazione di gruppi missionari e di maestri cattolici. E tutto con un entusiasmo che arriva fino a noi.
La ricchezza del raccolto di oggi è frutto dell'aratura dei nostri padri, è un riflesso di quanto è stato coltivato, potato, irrobustito negli anni. Come diceva Don Tonino Bello, solo se avremo amato la nostra chiesa così, come una figlia, potremo amare la Chiesa, con la C maiuscola, come nostra madre.

Su questo punto si inserisce Suor Amelia, che è stata al servizio della nostra comunità dal 1992 al 1995, in un periodo dove malgrado le tante energie, le attività e i gruppi era difficile "lavorare insieme". Fare Eucarestia evidentemente non si risolve con la messa e l'adorazione, allora come oggi. È questa la provocazione con cui l'ha accolta Don Ettore, nostro Parroco di allora. E l'Eucarestia è stato lo strumento attraverso cui ricostruire le relazioni incrinate della comunità e lei stessa, tornando qui, si è definita come una briciola che fa parte del nostro stesso pane.
Toccante il ricordo di Don Ettore che Suor Amelia ci lascia a quattro anni dalla sua morte: un uomo umile, dalla fede inquieta, che si faceva portare dal Vangelo sulla strada degli sbandati, dei poveri e di gente sola, rinchiusa in case senza affetto e ancora degli studenti fuorisede, delle famiglie di Dubrovnik con cui eravamo gemellati negli anni della guerra dei Balcani… sull'esempio di Gesù al giordano: un uomo in fila in mezzo agli altri uomini.
L'esperienza a Sant'Ippolito ha confermato in Suor Amelia la necessità di vivere la sua vocazione religiosa come segno di vicinanza alle persone.
Questo desiderio, questa tensione si è concretizzata da anni nell'esperienza della "Casa di Lazzaro" ad Acquapendente. Una casa un po' per tutti dove due suore e due famiglie si prendono cura di ragazzi in affido temporaneo, e che col tempo è diventato un luogo di servizio, e di crescita, di ristoro per scout, gruppi di giovani, pellegrini della via francigena. Un'intuizione così feconda che evidentemente riesce ad arrivare alle persone più distanti e difficili. In che modo chiede qualcuno? Forse semplicemente stando dentro le situazioni: facendo la spesa con una madre cui hanno ucciso il figlio, giocando con un bambino che viene da un istituto, fermandosi ad ascoltare chi vive per la strada.
Io faccio quel che posso... dice lei. E Osvaldo, da buon scout, le risponderebbe: Io faccio del mio meglio... ancora viva l'emozione per il rinnovo della promessa scout dell'Epifania.
Certo non è facile… prendere in affido un bambino, dargli più cure che ai propri figli, e poi vederselo portare via. Ma questo è l'amore. C'è una parte a perdere che spia
zza, che si spezza… come il Pane. E poi per fortuna certe fatiche si portano insieme, come comunità, come Chiesa; riprende il tema a noi caro della parrocchia come "Famiglia di famiglie" dove ognuno si fa carico, supporta, prende su di se le situazioni del pianerottolo, esercitando quella che sempre don Tonino Bello chiamava "la liturgia della porta".
Si spiega così anche il nome che hanno scelto per la loro casa, cioè un luogo dove puoi abbassare le difese, le maschere e imparare a crescere insieme.
Ed è la casa di Lazzaro: per chi si è perduto in realtà di morte, fallimenti, abbandoni, dipendenze, e non sa da dove ripartire. E' la casa del dolore, ma anche la casa dell'amicizia – questo del resto è il significato di Betania. In quella casa, in cui le relazioni si sono ricostruite attorno a Gesù, Lui stesso andava per trovare il ristoro e il calore dell'amicizia… e prima di lavare i piedi ai discepoli si è fatto bagnare i piedi dalle lacrime e dal profumo di Maria.
Un profumo che dovremmo imparare a sentire nelle nostre relazioni, anche nelle incomprensioni e fragilità. L'amore non gode dell'ingiustizia ma si compiace della verità. E la verità è che c'è una bellezza che traspare anche nelle situazioni più difficili con le quali – ricorda don Mauro - ci dobbiamo riconciliare.
Ripara la mia casa! È questo il tema degli esercizi spirituali ormai vicini, che sono appunto lo strumento attraverso cui rimettere in ordine gli affetti disordinati, personalmen
te e come comunità, che si pone la prospettiva di "Aprire questa casa"… e a guardarmi intorno, prima di andare alla festa a sorpresa di Giulia, mi viene da pensare che dai più grandi fino ai ragazzi del dopo cresima non è un problema l'età, aprite quelle porte e fate entrare amore in ogni cuore finché ce ne sta.


Emilio C.
 


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