Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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"Stringedovi a Lui pietra viva…"
Riscoprire lo stare assieme da 75 anni attraverso tre tappe della nostra storia
 

L'EUCARESTIA
 

"FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME"
 


I tre incontri dal titolo "Stringendovi a Lui pietra viva…" sono stati pensati per ripercorrere le tappe fondamentali dei settantacinque anni della nostra Comunità, attraverso la testimonianza di alcuni dei "mattoni" con cui l'abbiamo costruita insieme e l'attenta moderazione del giornalista Gianni Gennari.
Poche parole per racchiudere una storia: Eucarestia, Servizio, Corresponsabilità – gli stessi temi su cui tutta la Chiesa di Roma è chiamata a riflettere e a fare verifica. Per noi fare verifica significa anche fare memoria, ritrovare i punti fermi e i grandi cambiamenti di questo cammino. Due eventi, sicuramente, hanno lasciato il segno: il servizio dei Frati Cappuccini e il passaggio alla cura del clero diocesano avvenuto nel 1985, e il mutamento più generale e profondo prodotto dal Concilio Vaticano II, soprattutto per quanto riguarda la riforma liturgica e il coinvolgimento dei laici.
A proporne una lettura ampia e attuale abbiamo voluto invitare Padre Ferruccio Bortolozzo, liturgista Frate Cappuccino al servizio della nostra comunità dal 1978 al 1980.
Gianni Gennari e Padre Ferruccio hanno cercato di farci respirare innanzitutto il cosiddetto "spirito del Concilio", un grande dono di Dio alla chiesa del XX secolo e una miniera inesauribile, ancora racchiusa in un cassetto, per noi e per le generazioni a venire.
L'intuizione profetica di Giovanni XXIII non è stata infatti una meteora, ma una cometa. Aveva radici già prima di fiorire: nel sangue di tanti martiri, nel fermento delle giovani chiese, nelle parole del vecchio Pastore Angelico: La Chiesa è fatta dal corpo visibile dei fedeli e dall'anima invisibile e più vasta degli uomini di buona volontà.
La Chiesa è Maestra e ancor più Madre. Anche i più lontani sono figli, non serve a nulla lanciare anatemi, bisogna piuttosto parlare un linguaggio comprensibile per l'uomo moderno. Queste le idee con le quali il 25 gennaio del 1959 nella basilica di San Paolo fu annunciato il Concilio, tra le facce sbigottite dei presenti.
Gaudet Aecclesia… queste le parole con cui il Papa salutò i Padri conciliari all'apertura dei lavori, prima di affacciarsi quella stessa sera per benedire i fratelli della città e del mondo, i bambini e la luna. Il Concilio ha aperto alla Chiesa "un nuovo cammino sulle strade del mondo" ma sarebbe un errore dire che ne ha cambiato la fede. L'ha piuttosto rafforzata, orientandola verso Colui che ne è la sorgente. Solo chi si fida completamente di Dio può infatti riporre altrettanta fiducia negli uomini.
La fede allora non è stata tradita, ma "tradìta", cioè consegnata alle genti e tradotta con forme e parole nuove. Questa esigenza profonda emerge chiaramente da alcuni documenti del tempo sulla liturgia: "i pastori d'anime, con valide argomentazioni richiedono adattamento dei testi e delle cerimonie, in accordo con la tradizione, perché i fedeli, spettatori muti e passivi, non restino privi dei vantaggi da questi arrecati alla vita cristiana"… e trova nella Sacrosantum Concilium un'efficace risposta: "i riti splendano per nobile semplicità, chiari per brevità, adattati alla capacità di comprensione dei fedeli".
La riforma liturgica, entrata in vigore il 7 marzo del 1965, prevede infatti la partecipazione piena, consapevole ed attiva dell'assemblea, convocata dallo stesso Signore attorno alla sua mensa. Il sacerdote ne è il presidente o meglio, come dice il nostro Parroco, "tira la carretta" insieme al diacono, ai ministranti ai cantori. La liturgia ha poi bisogno di luoghi specifici: la sede del sacerdote così come le panche o a volte le stuoie preparate per i bambini più piccoli; l'ambone dove viene proclamata la Parola nella lingua del popolo; l'altare, pietra viva dove viene celebrata l'Eucarestia, davanti a tutta l'assemblea - "del resto nell'ultima cena, Gesù mica dava le spalle ai discepoli".
Come tutti i sacramenti, l'Eucarestia è un segno efficace della sua presenza, Cristo che si dona alla sua chiesa e ha affidato agli uomini il compito di celebrarla "Fate questo in memoria di me". Altri segni invece, che sono pensati dall'uomo e fanno parte del rito, sono importanti per costruire un linguaggio attraverso cui una singola comunità anima ed educa durante la liturgia.
E' così anche per noi... pensiamo alla Veglia del 2 ottobre quando abbiamo ripreso la Traditio Apostolica di S.Ippolito: "Venuta la sera, il diacono porta la lampada. E in piedi in mezzo a tutti i fedeli, renderà grazie. Saluterà prima dicendo: il Signore sia con voi. E il popolo dirà: e con il tuo spirito. Rendiamo grazie al Signore – e quelli risponderanno: è cosa buona e giusta…".
Ricordate Pino e Francesca che stendevano la tovaglia sull'altare, l'adorazione, la carriola e i mattoni? Piccoli gesti che racchiudono un significato prezioso, come prendersi per mano durante il Padre Nostro, la preghiera ritmata dalla musica e dai movimenti del corpo, lo scambio della pace con un abbraccio o magari un bacio tra marito e moglie. E' così che la liturgia si cala nella vita e la sostiene, ogni famiglia diventa una piccola chiesa, la comunità una famiglia di famiglie – pensiamo alla messa-cena che celebriamo insieme nei giovedì di Quaresima – e ci rendiamo conto che come battezzati la Chiesa siamo noi: "Stringendovi a Lui, pietra viva, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale" (1 Pt).
Discorsi così complessi non si esauriscono certo in un pomeriggio, anzi il dibattito che è seguito ha lasciato ulteriori spunti di riflessione. Una frase di Padre Ferruccio, che abbiamo salutato regalandogli uno dei mattoni originali del 1934, può essere illuminante e ci prepara ai prossimi incontri sul servizio e sulla corresponsabilità: "In un tempo che non ha bisogno di maestri ma di testimoni, il Vangelo si annuncia con la vita".
 

Emilio C.
 


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