Parrocchia di Sant'Ippolito - Roma
   

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"Stringendovi a Lui pietra viva…"
Riscoprire lo stare assieme da 75 anni attraverso tre tappe della nostra storia
 

LA CORRESPONSABILITA'
 

"VENITE CON ME..."
 

"Dimmi cos'è? Che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo,
dimmi chi è che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani?
Dimmi cos'è cos'è che batte forte forte in fondo al cuore,
che ci toglie il respiro, che ci parla d'amore…
"

Tranquilli! La riposta non è così banale, anche se domenica pomeriggio eravamo incollati agli auricolari, sperando che i saluti per l'arrivo di Don Enrico durassero fino alla fine delle partite. Credo infatti che ciascuno di noi, soprattutto nel corso del 75° anno della nostra parrocchia, abbia ben chiaro chi è che parla d'amore alla nostra vita e che ci fa sentire uniti: Gesù, il Signore. Proprio perché ci stringiamo a Lui pietra viva, anche noi veniamo impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale che è la Chiesa, a cominciare dalla nostra chiesa di Sant'Ippolito. 
Da qui il titolo degli incontri, pensati per ripercorrere la storia di questa comunità, attraverso dei testimoni che l'hanno accompagnata passo passo dalla fondazione (il nostro Osvaldo), negli anni dei frati (Padre Ferruccio Bortolozzo) e delle trasformazioni operate dal Concilio Vaticano II (come ci ha spiegato Gianni Gennari), dopo il passaggio al clero diocesano (Suor Amelia) fino a Mons. Enrico Feroci, nostro parroco dal 2004 al 2009 ed ora direttore della Caritas Diocesana.
Se guardiamo bene è proprio la Carità la prospettiva con cui leggere e com-prendere (cioè mettere insieme i pezzi) questi settantacinque anni insieme, dove l'Eucarestia e il servizio di ogni giorno sono state la risposta a quello che è il compito precipuo di una comunità cristiana come sottolinea Benedetto XVI in un passo dell'enciclica "Deus Caritas Est"
: l'amore del prossimo radicato nell'amore di Dio è un compito per il singolo fedele ma anche per la comunità ecclesiale.
Ecco allora l'ultimo punto di verifica da affrontare e da cui ripartire: la corresponsabilità, ovvero rispondere insieme al comandamento dell'amore che ci ha lasciato Gesù, e scrivere quindi altre pagine di questa nostra storia nella continuità ma anche nella creatività che l'annuncio del Vangelo suscita in ogni generazione. Dobbiamo sentire rivolte anche a noi le parole del canto di Isaia: è troppo poco che tu sia mio servo, io ti porrò come luce della nazioni… "Lumen Gentium" che è appunto il titolo della costituzione conciliare che definisce la natura stessa della chiesa come corpo mistico di Cristo e le specifiche funzioni o meglio vocazioni delle sue membra, tutte tese all'unica missione di salvezza per l'umanità. Questo documento infatti, sottolineando con forza la dimensione della Chiesa come Popolo di Dio, ha affidato ai laici una responsabilità molto maggiore cioè rendere la chiesa operosa in quei luoghi e in quelle circostanze dove non potrebbe esserlo se non per la loro presenza. E questo per opera dello stesso Battesimo che ci rende sacerdoti, profeti e re. I laici nella celebrazione e nell'adorazione eucaristica consacrano a Dio il mondo e  il Signore cerca tali adoratori. Con la loro stessa vita infatti rendono testimonianza della loro fede in Spirito e Verità, e diventano così un segno, capaci di distinguersi dall'uomo comune… si è una frase di Vasco Rossi ma è proprio questo il punto: servirsi dei molti linguaggi di oggi, dallo sport alla musica, per essere un canto nuovo, per svelare la bellezza di Dio nascosta in tutta la creazione e soprattutto nel cuore di ogni uomo. In questo senso siamo dunque chiamati a regnare, non come una delle tante lobby ma nell'accezione più antica del termine. I primi re erano infatti pastori  - e questo è il compito cui sono chiamati i nostri vescovi e i sacerdoti - ma venivano anche indicati come i signori delle acque, coloro che sapevano irrigare i campi, cioè portare l'acqua al popolo. Ed è proprio l'acqua del nostro battesimo che deve diventare per noi sorgente d'acqua viva che zampilla per la vita eterna. E la vita eterna, Don Enrico ce l'ha ricordato tante volte, è conoscere il padre attraverso Gesù.
Come tradurre concretamente  tutto questo è proprio la domanda con cui Fausto, moderatore del'incontro, gli cede la parola; ed è la stessa domanda che tutta la Chiesa di Roma si sta ponendo in questo anno di verifica, e che il Cardinale Vallini ha rivolto a noi nella sua visita pastorale del 4 ottobre scorso. Ma è anche un'esigenza della società in cui viviamo, come riporta l'articolo 4 della Costituzione Italiana che mi pare utile citare per riappropriarci di un termine come quello di Laico, troppe volte contrapposto ad una vita di fede: "ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".
Ok ma da dove cominciare… forse da quello che è proprio sotto i nostri occhi, che a noi è più prossimo. E così Don Enrico riprende la parabola del Buon Samaritano attraverso la lettura che ne ha fatto Don Tonino Bello: se il samaritano fosse passato un'ora prima i briganti non l'avrebbero ridotto in fin di vita. È dunque un invito ad una carità che non sia dettata solo dallo stato di necessità e dall'emozione del momento, ma pensata, attenta, quasi preventiva. Non dare da mangiare a chi ha fame significa ammazzarlo, ci dice; ma anche non mettere le persone nella condizione di guadagnarsi il pane potrebbe significare altrettanto. E ponendo davanti a noi le opere di misericordia del capitolo 25 di Matteo, ci ricorda quanti volti possa assumere il volto sofferente di Cristo: nei poveri, nei malati, nei carcerati, nelle persone sole.
È questo forse il confine più sottile della sofferenza oggi, come ha detto in una sua recente intervista: non l'esplosione rabbiosa degli emarginati quanto la loro umiliazione interiore, il loro abbandono sulla strada da Gerusalemme a Gerico, dove vengono scansati dai passanti. Non basta allora dare del nostro superfluo, che in latino
super est si riferisce più precisamente a ciò che sta sopra la tavola, ma - per citare ancora Don Tonino Bello - apparecchiare la tavola, sedersi con loro a tavola, diventare noi stessi il cibo sulla tavola. Da questa immagine, che Don Enrico rende più chiara attraverso la riflessione di Don Andrea Santoro sulla mensa di Betania, è più facile mettere in ordine i due-tre pensieri che ci ha lasciato ieri sera. 
Per apparecchiare occorre la preghiera, l'attenzione e la disponibilità: fare cioè entrambe le cose che Marta e Maria facevano per il Signore. Affannarsi allora nei molti servizi, nei trentasette centri che la Caritas ha a Roma è sicuramente importante ma la parte migliore, sembra suggerirci, è ancora mettersi ai piedi dell'altro, come quella dottoressa dell'ambulatorio di Via Marsala che per lavare e curare le piaghe si deve mettere in ginocchio e sente di adorare in quei corpi lo stesso Gesù. Ma non è anche lei come il Signore che sta in mezzo a noi come colui che serve?
Sedersi a tavola poi, è ancora più coinvolgente perché ci costringe a passare da un servizio in cui siamo comunque noi a dare ad una condivisone dove si aprono spazi d'incontro, tra gli uomini e con il Signore. Come scrive Alex Zanotelli in "Korogocho": sedersi dove la gente si siede – a casa di Simone il lebbroso – e lasciare che Dio avvenga. Diventare il cibo sulla tavola è poi quello che siamo chiamati a fare: dare loro noi stessi da mangiare.
La messe è molta è vero, ma come ci ha detto Padre Marino alla marcia francescana "
tu diventa pane e imparerai il segreto del grano". È quello che ci ridice Don Enrico – credo - quando parla di autorealizzazione, ed è quello che mi ha sempre colpito nel brano dell'unzione di Betania: Marta serviva,  Lazzaro era uno dei commensali e Maria, preso un vaso di vero nardo, assai prezioso cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.
Ognuno fa quello che è. Allora noi come cristiani non possiamo fermarci a quelle opere che vengono da tutti riconosciute di utilità sociale perché, ha detto sempre Don Enrico in una sua omelia, la più grande opera di carità che possiamo fare è portare Cristo agli altri. Nella vita di ogni giorno… il nostro pane quotidiano diventa allora il pane sovrasustanziale, che non solo sfama per sopravvivere ma dà ad ogni uomo il motivo per vivere. E questo per tornare alla "Lumen Gentium" lo possiamo fare solo se ci nutriamo di quel pane, se siamo disposti ad investire nella relazione col Signore ciò che abbiamo di più prezioso: il nostro tempo che non basta mai, la professione, l'amore della nostra vita con cui rendere testimonianza dell'Amore più grande. E non c'è amore più grande di chi dà la vita per gli amici: quello di Gesù Crocifisso, dove in una chiesa di Molfetta qualcuno aveva scritto Caritas sine modo. Un amore smodato che a molti sembrerà uno spreco come lo fu a Betania, ma che lascia a chi incontriamo il profumo più autentico del Vangelo: in verità in verità vi dico, ovunque sarà predicato questo Vangelo, nel mondo intero sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei.

Da dove ripartire allora? Tutte gli interrogativi che ci poniamo ci rimandano alla prima domanda che Dio ha rivolto all'uomo: dov'è tuo fratello?
In un tempo così difficile per la Chiesa, siamo obbligati a rispondere al di là degli scandali e degli attacchi. Nel dibattito infatti molti hanno interrogato Don Enrico su questo punto e a me sembra che,  veramente con atteggiamento di padre, oltre ad offrirci una lettura più ampia degli eventi ci abbia ricordato quello che ci ha sempre detto in questi anni: la Chiesa siamo noi.
Quello che dovremmo avere è proprio questo atteggiamento paterno, che prima della Settimana Santa estrapolava da quel passo di Giovanni: verrà anche lui alla festa? Verrà mio fratello alla festa?
Siamo capaci di annunciare questa festa che Dio ha preparato per il suo popolo, questo banchetto di nozze? Perché appunto come diceva don Tonino Bello: la festa è l'ultima vocazione dell'uomo.

Emilio C.
 


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